Perché Sanremo è Sanremo.Morettismi, controsensi e pinzillacchere

Dunque: vi si nota di più se guardate il Festival di Sanremo per criticarlo dal primo all’ultimo fotogramma o se non lo guardate per vantarvi di non averlo guardato? (stranamente, gli appartenenti a quest’ultima categoria dimostrano di conoscere a memoria ogni nota di questa o di quella canzone e sanno financo di che colore fosse lo smalto sulle dita dei piedi della starlette di turno).

Puntuali, prevedibili ma tutto sommato rassicuranti, un po’ come i Babbi Natale appiccicati ai balconi a dicembre oppure le bufale su Cécile Kyenge.

Secondo i sociologi Bathkin, Bordieu e King, era convinzione delle “élites” che che i generi culturali, di svago e di intrattenimento a loro rivolti e da loro concepiti fossero “migliori” rispetto a quelli studiati per le masse, e questo perché più elaborati e costosi. Manifestazione di massa e per la massa, il Festival di Sanremo stride quindi con la visione esclusiva, esclusivista ed autoemarginante di chi ritiene di far parte di una segmento ristretto di privilegiati sul piano intellettivo e culturale. Si tratta ad ogni modo di una visione miope e claustrofobica, perché non c’è dubbio che la kermesse ligure (unica nel suo genere) rappresenti ed abbia rappresentato un nodo ed uno snodo fondamentale nel percorso recente del costume e della cultura di questo Paese; dal palco dell’ Ariston sono passati infatti artisti che hanno segnato la storia della canzone (italiana e non italiana) ed il palco dell’ Ariston è un album fotografico che illustra e racconta l’evoluzione del vivere italiano come e meglio di molti libri di storia o di sociologia.

A differenza dell’ostracismo verso generi quali il “Cinepanettone” oppure il “Poliziottesco all’italiana”, l’egocentrico ed aprioristico snobismo antisanremese riesce a mettere d’accordo soggetti di destra e di sinistra, in un vortice di banale ottusità che li accomuna concettualmente a chi, a suo tempo, alzava le spalle davanti alla commedia oppure al romanzo.

Servizio pubblico: tutto purche’ faccia audience

Servizio Pubblico ieri ha totalizzato 2,7 milioni di telespettatori = 12,8% di share. Dispiace per i militOnti di Disservizio Pubblico”.

Questo il commento facebookiano della giornalista Giulia Innocenzi in merito alle polemiche sulla scorsa puntata della trasmissione condotta da Michele Santoro.

Ferma restando tutta la perplessità di chi scrive per lo sguaiato infantilismo dell’ opzione retorica utilizzata dalla più brava ed illustre collega (“militOnti”), simili orientamenti ed esternazioni palesano e dimostrano quello che, senza tema di smentita, è l’impoverimento in senso qualitativo di una fetta consistente del giornalismo italiano, sempre più attenta alle esigenze di cassetta che non alla qualità della proposta. Non importa che il programma sia stato formulato sulle rivelazioni di una “escort” con il volto plastificato in merito alla (presunta) omosessualità di Francesca Pascale, così come non importa che Marco Travaglio sia sceso sotto l’asticella dell’eleganza professionale definendo il Ministro dell’Interno “Angelino Jolie”. Non importa, ancora, che l’ex Presidente del Consiglio Mario Monti sia stato attaccato, da più parti, non potendo opporre una difesa, dal momento in cui non era stato invitato. “2,7 milioni di telespettatori = 12,8% di share”; questo è il volgare refrain, il punto di svolta della quaestio, l’asse attorno al quale ruota e deve ruotare la narrazione cronistica. L’audience, quindi la visibilità, quindi il profitto. L’asservimento all’ Ego ed alle traiettorie convenienziali dell’inserzionista. Esattamente come quell’ “infotainment” capace di distruggere, negli anni ’90, l’ultima testimonianza di “gatekeeping” e di professionalità ed eleganza rimasta nell’universo mediatico statunitense. Santoro e i suoi collaboratori non si sono dimostrati diversi da Matt Drudge, dal “Washington Post” e dai canali ABC, NBC e CBS, che inchiodarono la pubblica opinione, per mesi e mesi, sugli affari di letto (o di scrivania) di Clinton e della sua giunonica stagista (all’affaire venne dedicata una media di 6 servizi per ogni telegiornale), salvo tralasciare, poco tempo dopo, il terribile episodio dei brogli elettorali nei collegi della Florida.

Rimane davvero poco di Walter Lippmann, di William Sheperd, di Ray Baker o del nostro Eugenio Torelli Viollier.

“Un giornale oggettivo intendiamo fare noi; un giornale che, prima e piuttosto di discutere le questioni, le studi, che innanzi di sostenere un punto, lo elucidi; ed anziché parteggiare, esponga. Questo è il compito che si impongono principalmente i giornali inglesi, i giornali del popolo che meglio intende e pratica la libertà; ed è quello che vien più trascurato da molti fogli italiani, soliti a tenere come dimostrare le questioni ed i fatti che a loro piacimento piacciono, ed a sostituire al ragionamento l’affermazione” – Eugenio Torelli Viollier, ideatore e cofondatore del “Corriere della Sera”.