La scure dei “califfati” occidentali sul libero arbitrio.Eterologa, aborto, eutanasia, matrimonio gay? Si, grazie.

Le scelte attinenti la sfera più intima e personale dell’individuo (fisica, psicologica ed esistenziale), sono e dovranno rimanere di competenza esclusiva dell’individuo stesso, unico e solo interessato, unico e solo giudice e padrone della propria vita. Ogni ingerenza da parte di soggetti istituzionali, politici, morali o dei singoli, dovrà, quindi, essere respinta, combattuta, ostacolata e denunciata come una violenza, una prevaricazione ed un abuso.

L’atteggiamento ostruzionistico del ministro Lorenzin in materia di fecondazione eterologa non potrà dunque che collocarsi al di fuori del perimetro del rispetto civile e delle garanzie più elementari a tutela del libero arbitrio, fissandosi come un’intrusione inaccettabile per qualsiasi consorzio evoluto e liberale

La RU-486 e la prepotenza degli antiabortisti

Nei giorni e nei mesi che videro la polemica sull’adozione della cosiddetta “pillola abortiva” (RU-486) arroventare il dibattito politico, la punta di lancia dell’arsenale retorico proibizionista era che l’opzione farmacologica potesse condurre e indurre ad una “banalizzazione dell’aborto”.

Si trattava di un vero e proprio “refrain”, ripetuto e fatto rimbalzare fino allo spasimo ma, a ben vedere, non soltanto svuotato di qualsiasi credibilità morale (conteneva la volontà di un’imposizione) ma, prima di tutto, imperniato su un cortocircuito logico; se, infatti, vogliamo pensare vi sia un legame tra la percezione dell’aborto e la forza dell’ impatto sulla psiche e sul fisico provocata della soluzione utilizzata per la rimozione del feto, per cui una formula il meno possibile invasiva (come la RU-486) possa attenuare e diluire la percezione della “gravità” della pratica abortiva, se ne deduce, seguendo la stessa traiettoria logica, che una strada il più possibile rischiosa, nociva e scioccante tale da conficcare nella donna un trauma fisico e psicologico indelebile azzeri qualsiasi eventualità di prendere sottogamba l’ IVG.

Perché , dunque, non tornare agli obsoleti e rischiosissimi metodi delle “mammane” di un tempo? Perché non tornare ai ferri caldi oppure agli uncini? Perché , ancora, non tornare ai pugni sulle pance? In questo caso, saremo certi, certissimi, che l’aborto non verrebbe mai “banalizzato”. Al contrario, la sventurata ne conserverebbe memoria vivida e pulsante, nel corpo e nella mente, fino al termine dei suoi giorni.

A questi interrogativi, i proibizionisti solevano non rispondere, nonostante venisse loro fatto notare come la RU-486 contribuisse a scongiurare rischi residuali legati all’IVG mediante prassi chirurgica. Non vi era (e non vi è), dunque, nessun interesse per l’incolumità della paziente, bensì la volontà di punirla, esponendola alle incognite dell’aborto “tradizionale”. Questo perché l’autodeterminazione femminile lacera la concezione retriva della donna e del suo ruolo cui i più conservatori sono ammanettati; ella è e deve rimanere confinata nella funzione di moglie e fattrice e guai a volersene affrancare. Pena, la totale mancanza di “pietas”. Oppure un rastrello nella pancia e magari un’infezione.

Aborto ed eutanasia.Perché chi non rispetta la vita vorrebbe imporne la tutela

Esiste da sempre, negli Stati Uniti, una polemica tra progressisti e conservatori in materia di aborto ed eutanasia che vede i primi accusare i secondi di incoerenza allorquando si schierano a difesa della vita, visto il loro manifesto ed inossidabile appoggio alla pena capitale, alle varie campagne militari organizzate dal Paese, alla libera concessione delle armi ai privati cittadini, alle politiche razziali, ecc. A ben vedere la contestazione appare tutt’altro che infondata, dal momento in cui le armi, la guerra, la pena di morte e la discriminazione costituiscono “ipso facto” la negazione più paradigmatica della vita, della sua tutela e protezione.

Si tratta di un’antinomia, di un corto circuito logico che definisce anche la restante porzione del conservatorismo occidentale (anche italiano), pur con le debite e dovute differenze del caso, e che può trovare risposta e spiegazione nella mancanza di una cultura liberale basica nel segmento antiabortista ed antieutanasico riconducibile ai settori del tradizionalismo politico; obiettivo non è, infatti, la tutela della vita bensì l’attacco al libero arbitrio, in special modo quello femminile. Non una battaglia “per”, ma una battaglia “contro”.

Aborto ed eutanasia sono e rappresentano la massima attestazione della libertà individuale, e questo non può essere accettato ed accolto da uno spirito non democratico, tantomeno se a reclamare e a testimoniare la propria emancipazione ed autonomia è un appartenente al genere femminile, da sempre sottomesso e regolato dalle norme del maschilismo più consueto (sposa e fattrice). L’uomo, ma soprattutto la donna, liberi di decidere di sé e per sé, lacerano ogni acquisizione sociale e culturale di tipo reazionario, ed è qui l’archè e lo snodo della “difesa” della vita da parte dei proibizionisti, passaggio esclusivamente funzionale ad un disegno coercitivo e liberticida.