Finché c’è Erdoğan c’è speranza: noi, tra idealismo e ipocrisia

finche_ce_guerra_ce_speranza_filmPerché vedete… le guerre non le fanno solo i fabbricanti d’armi e i commessi viaggiatori che le vendono. Ma anche le persone come voi, le famiglie come la vostra che vogliono vogliono vogliono e non si accontentano mai! Le ville, le macchine, le moto, le feste, il cavallo, gli anellini, i braccialetti, le pellicce e tutti i cazzi che ve se fregano! …Costano molto, e per procurarsele qualcuno bisogna depredare! ”

 

Citazione da uno dei film più belli di e con Alberto Sordi: “Finché c’è guerra c’è speranza”. Nella pellicola, “Albertone” interpreta il ruolo di un trafficante d’armi, Pietro Chiocca, che alla famiglia racconta invece di essere un commerciante di pompe idrauliche. Non appena i suoi, grazie allo scoop di un cronista, vengono a conoscenza della verità, il biasimo e lo sdegno investono il Chiocca, che a quel punto mette moglie e figli dinanzi ad un ultimatum: se davvero non vorranno più vederlo nelle vesti di “mercante di morte”, non dovranno svegliarlo, la mattina successiva, facendogli così perdere un’importantissima commessa e di conseguenza ulteriori milioni. Pietro Chiocca sarà svegliato e la vendita andrà a buon fine.

 

L’Italia è uno dei paesi più importanti nello scacchiere mondiale e continentale (oltre 60 milioni di abitanti, membro del G7, del G8, nazione a condivisione nucleare e terza economia europea), status che richiede, per esser mantenuto (e con esso il benessere di cui tutti usufruiamo ed al quale tutti siamo egoisticamente assuefatti) un apparato militare adeguato, in grado di consentirci azioni in quegli scenari ove si snodano le priorità strategiche ed economiche occidentali e nazionali. Ma non solo: anche la vendita di armi, settore nel quale l’industria italiana è leader, si colloca tra le voci fondamentali della nostra economia e del nostro PIL.

 

Una revisione drastica della nostra politica in materia di armamenti non potrebbe dunque prescindere anche da una revisione dei nostri standard sociali e di vita, scelta senza dubbio non facile né agevole. Ammesso e non concesso possa esistere un utilizzo moralmente accettabile di uno strumento di morte e distruzione, e che di conseguenza possa esservi una logica accettabile nel commercio selettivo di armi, pensare di non venderle più alla Turchia di Recep Tayyip Erdoğan apre uno spazio di riflessione molto ampio (anche oltre il tema in oggetto) e complesso, per tutti noi.

La storia, le ragioni dei Curdi, le ragioni degli altri e il “peccato originale” dell’Occidente

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Popolazione iranica testimoniata fin dal sec. VII d.C., i Curdi non goderono mai di una piena e reale indipendenza ma solo di ufficiose e sporadiche forme di autonomia.

 

Islamizzati forzatamente e poi assoggettati dai Selgiuchidi, dagli Abbàsidi, dai Mongoli e dagli Ottomani, sono oggi “spalmati” su cinque paesi (Turchia, Siria, Iran, Iraq e Armenia ) ed è qui il “peccato originale” dell’Occidente. Con il Trattato di Losanna del 1923 e poi con la decolonizzazione, si scelse cioè di non assegnare loro una terra (cosa che invece aveva previsto il Trattato di Sèvres del 1920), decisione che è alla base di crisi come quella di questi giorni.

 

Al di là del giudizio sulle politiche di Erdoğan, nessuno stato consentirà infatti di mettere a rischio la propria integrità territoriale, e i curdi, con le loro ambizioni indipendentiste, sono comunque un fattore di rischio, per la Turchia come per altre potenze regionali.

 

Un nodo gordiano sullo scacchiere della politica internazionale, forse impossibile da sciogliere.

I curdi, Erdoğan, gli europei e gli “amerikani”

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La nuova crisi turco-curda ha senza dubbio ribadito l’impreparazione della UE, limitata da fragilità storiche quali il conflitto di attribuzione tra Parlamento Europeo e Commissione Europea e la mancanza di un esercito comune.

Tuttavia, ben difficilmente Bruxelles avrebbe potuto permettersi misure realmente vincolanti contro Erdoğan e questo perché negli ultimi anni la Turchia, che è anche membro NATO, è tornata ad assumere un’importanza geo-strategica fondamentale per l’Occidente (come era stato durante la Guerra Fredda) mentre dall’altro lato i curdi appaiono una pedina facilmente sacrificabile (a tal proposito risulta esplicativa la frase di Trump sulla Normandia, molto più di una semplice boutade).

Per quanto riguarda invece gli USA, l’opinione pubblica mondiale e le altre democrazie devono capire che gli americani non possono essere usati per fare il “lavoro sporco” solo quando fa comodo, e magari al prezzo delle vite dei loro soldati, per poi tornare a trattarli come gendarmi sanguinari e imperialisti a “cose normali”

Crisi come questa sono, in buona sostanza, tropo complesse e delicate per un approccio ideologico ed emotivo, svincolato dalla razionalità e dall’insegnamento dells storia.

Il taglio dei parlamentari e il dilemma dell’anti-politica

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Con il 1861 emerse la necessità di dare rappresentanza completa a tutti i collegi e territori, ìn modo da favorire l’inclusione e la partecipazione delle nuove realtà inglobate nello Stato unitario dopo oltre 1000 anni di divisione e lontananza. Ciò avvenne sul criterio della proporzionalità rispetto alla nostra dimensione demografica, ed è il motivo (uno dei motivi) del numero attuale dei parlamentari.

 

Se la loro riduzione è la logica conseguenza di quello spirito “anti-casta” che contraddistingue il M5S, dall’altro lato non bisogna dimenticare come una certa cultura dietrologica e “complottista” (tipica dell’anti-politica) veda in misure del genere un attacco diretto alla democrazia e alla sovranità, un escamotage dei “poteri forti” per meglio controllare il parlamento.

 

Si assiste quindi ad un cortocircuito all’interno della politica anti-sistemica, che ne mette in luce le contraddizioni e, sotto certi aspetti, l’immaturità. Questo, al di là di ogni giudizio di merito sulla “sforbiciata” ai danni di Camera e Senato.

I dazi e il fuoco “amico”

trumpDopo il no, da parte del gruppo di Visegrád, ad ogni riforma sulla redistribuzione dei migranti che alleggerisca anche la posizione di Roma, e dopo l’ipotesi lanciata da Sebastian Kurz di concedere il passaporto agli altoatesini germanofoni, un’altra icona del sovranismo di casa nostra, ovvero Donald Trump, sferra un colpo terribile al Made in Italy aumentando i dazi commerciali (scelta che di riflesso danneggerà anche gli imprenditori e gli esercenti americani).

 

Introversi e rivolti all’interesse esclusivo del proprio Paese, i nazionalisti e i sovranisti stranieri non sono per definizione nostri amici e non sono nostri alleati, almeno fino a quando non si tratterà di ricavarne un qualche vantaggio. Una lezione in più, sull’importanza e l’ormai irrinunciabilità dell’interdipendenza e della filosofia di Ventotene

Perché Giuseppe starà sereno

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Nel momento in cui l’alleanza giallo-verde è venuta meno, a Renzi s è presentata un’occasione ideale per inserirsi in un nuovo governo con un ruolo di primo piano. Da qui, la scelta di appoggiare il Conte II e poi quella della rottura con il PD.

Se si limiterà a godere della quota di “royalties” che spetta a lui e Italia Viva, mantenendo un basso profilo ed un comportamento istituzionalmente corretto, potrà tentare di ricostruire (per quanto possibile) la propria immagine e lo stesso esecutivo ne guadagnerà, vedendo controbilanciata la componente di sinistra.

Se invece tenterà il ricatto, saboterà il governo e replicherà lo stile guascone e arrivista che lo ha contraddistinto nel passato, allora andrà incontro ad una catastrofe politica e allo sfaldamento della stessa IV. La sua situazione non è infatti più quella del 2014 e in aggiunta si troverebbe esposto al fuoco di fila di Bruxelles, Francoforte e dei nostri partner internazionali, per i quali il Conte bis è di vitale importanza come diga a Salvini ed al neo-populismo italiano.

La forza competitiva di Renzi si è esaurita e gli unici a non voler arrendersi all’evidenza sono lui e i suoi, inebriati e tratti in inganno dalla comunicazione dell’ex “enfant prodige” di Rignano. Lo “stai sereno” non è più possibile. Né oggi né domani.

Matteo Renzi, il compromesso storico fallito e l’anomalia italiana

renzi2Da sempre minoranza all’interno del PD e trattatati come tali, i centristi hanno iniziato a pretendere il loro posto al sole dopo l’arrivo e l’ascesa di Matteo Renzi. Questo ha determinato la condanna dalla componente di sinistra, abituata a considerare il partito come una derivazione del PCI-PDS-DS e gli ex DC-PPI-Margherita solo come portatori d’acqua, buoni per le urne. Lo scisma renziano potrebbe dunque pacificare il PD (almeno in parte) e attirare i voti della “sinistra-sinistra”, ma il rischio concreto è quello di trasformarlo in una sorta di LEU allargata o di quercia 2.0, mandando a monte i progetti riformisti dell’ultima decade.

 

Dall’altro lato Renzi sa di non poter più ambire ad un ruolo guida tra i democratici e allora prova a mettersi a capo del popolo moderato e liberale, contando anche sul declino di FI. Impresa difficile e già tentata senza fortuna da Monti, Fini, Dini e Segni (e prima di loro da Benedetto Croce) e complicata anche dal fatto che la popolarità dell’ex “enfant prodige” di Rigano non è più quella di cinque anni fa e dal suo passato alla guida del centro-sinistra di governo. Pur con le ovvie e dovute differenze del caso, Renzi potrebbe seguire lo stesso destino del già citato Gianfranco Fini, che perse ogni credibilità quando cercò di riciclarsi fuori tempo massimo.

 

Il Matteo toscano è probabilmente finito come leader in grado di competere, ma il non voler rendersene conto non è imputabile soltanto ad un Ego ipertrofico ma anche ad un sistema che permette la sopravvivenza a politici che hanno subito sconfitte, presentato dimissioni e giurato di abbandonare la scena. In qualsiasi altro grande paese occidentale, lui, come del resto un Salvini, un Berlusconi o un D’Alema, sarebbero ormai fuori dai giochi, impegnati in conferenze o attività culturali o di consulenza.

 

Forse c’era, la “casa nuova” di cui Renzi parla oggi, ma lui non sapeva più cosa farsene.

Il camaleonte schizzinoso: il paradosso grillino

di maio conte

Secondo il M5S, rapidi e radicali cambi di fronte come quello di agosto/settembre sarebbero l’ovvia conseguenza della loro natura liquida e post-ideologica, che individua nel bene del Paese e nell’espletamento del programma elettorale i fini unici e soli del movimento.

 

Una versione accettabile e razionale, che tuttavia si scontra con quell’elitarismo ostile mostrato verso tutti, almeno fino al giugno 2018. Un paradosso che li fa apparire incoerenti e opportunisti, determinato dal bisogno di esibire un’ “alterità” che vuol essere la base di molte forze come la loro (benché sempre illusoria ed utopistica).

 

Il ripensamento di questa filosofia della diversità, almeno quando declinata nel disprezzo morale e umano degli altri, gioverebbe non solo al M5S ma anche alla politica italiana, nel suo insieme.

Il nodo M5S

destra sinistra grillini

Nato in pieno berlusconismo, anche in risposta alla degenerazione politica e morale di quella fase storica, il M5S è passato da una breve collaborazione con la giunta siciliana di Crocetta (centro-sinistra) all’alleanza in Europa con l’UKIP di Nigel Farage e a quella di governo con la Lega salviniana. Oggi sembra profilarsi all’orizzonte un esecutivo “giallo-rosso”, con i grillini seduti accanto al PD di Zingaretti e gli ex LEU.

 

Se un approccio benevolo al M5S vede in questi cambiamenti la dimostrazione della loro natura liquida e post-ideologica e del loro interesse esclusivo per il rispetto del programma elettorale, una lettura ostile li identifica come un partito cosiddetto “pigliatutto” (Kirchheimer), interessato solo al potere, opaco, incoerente e capace di qualsiasi cosa pur di difendere la “poltrona”.

 

Un nodo gordiano ancora di là dal’essere sciolto, che impedisce a distanza di oltre dieci anni una definizione storico-politica chiara del movimento di Grillo e Casaleggio

 

No es capitalismo, es estupidez humana

fuego capitalismo

Sta diventando virale sui social l’immagine di una donna, simboleggiante la foresta amazzonica, mentre brucia. Sotto, la scritta: “No es fuego, es capitalismo”. Se è indubbio e innegabile il ruolo del capitalismo più famelico e selvaggio (di cui politici quali Bolsonaro sono tradizionalmente tutori e alleati) nella devastazione del pianeta, messaggi del genere non possono tuttavia che venire rigettati come semplicistici e fuorvianti.

In nome della competizione con l’Occidente, di un’impronta culturale fortemente tecnico-scientifica e della necessità di costruire una società avanzata di tipo industriare che sostituisse quella contadina (“Il comunismo è il potere sovietico più l’elettrificazione di tutto il paese”, diceva Lenin), i paesi socialisti hanno infatti causato alla Terra e all’ambiente danni altrettanto gravi e pesanti. Basti pensare a disastri come quelli di Černobyl’ e del Lago d’Aral, agli esperimenti nucleari di Mosca, Pechino e P’yŏngyang senza controllo e vicino ai centri abitati, all’annientamento di interi villaggi rurali da parte di Ceaușescu e Pol Pot per favorire l’urbanizzazione, all’inquinamento prodotto dalle industrie cinesi, ecc.

Non è, in bona sostanza, il capitalismo ad avvelenare la nostra casa, ma la società umana, almeno la sua parte più egoista e scellerata.