Dacia non sa

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Con il suo articolo di qualche giorno fa, Dacia Maraini ha raccolto e rilanciato uno dei pregiudizi-cardine dell’antisemitismo storico, cioè l’idea secondo cui Cristo e il Cristianesimo avrebbero rappresentato una svolta salvifica e un’evoluzione rispetto alla tradizione ebraica, percepita come oscurantista, violenta, primitiva e immorale.

La biografia della Maraini suggerisce non avesse intenzione di sferrare un attacco antisemita e più probabilmente alla base di un simile passo falso c’è stata solo la scarsa conoscenza di un argomento complesso e impegnativo, per i teologi come per gli storici (l’Ebraismo ha tratti radicali ma contiene anche un messaggio di pace e amore, come del resto il Cristianesimo o l’Islam).

Tuttavia, chi ha una certa visibilità dovrebbe muoversi con maggiore attenzione e senso di responsabilità, evitando tematiche che non padroneggia, soprattutto se così delicate.

Il raffinato credulone

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Secondo un’indagine sulle “fake news” e il loro impatto svolta da Demos nel dicembre 2017 (“Gli Italiani, Internet e le Fake news”, questo il titolo della ricerca), i più vulnerabili alle “bufale” erano e sono i giovani (soggetti da 25 anni ai 34 anni) e i più scolarizzati (soggetti in possesso di un diploma o di una laurea).

 

Simile anche il dato relativo agli elettorati, con un 33% di simpatizzanti del PD che affermava di aver creduto a una notizia falsa contro il 37% dei simpatizzanti della Lega. Un po’ più alto, restando ai tre grandi partiti, il dato sul M5S (52%), mentre maschi e femmine dimostravano di essere caduti nella trappola delle “fake news” in egual misura (40% e 40% degli intervistati).

 

Con il rigorismo della testimonianza empirica, lo studio di Demos contribuisce a smentire la mitologia che vuole un certo segmento immune alle suggestioni dell’emotività e del coinvolgimento ideologico; camere d’eco, bias, fallacie logiche, conoscenza biografica, ecc, agiscono, in buona sostanza, anche tra persone di sinistra, giovani e istruite (almeno sulla carta), allorquando funzionali a puntellare, confermare e rafforzare convinzioni pregresse.

 

Emblematico, a riguardo, il fatto che anche testate impegnate nel debunking abbiano accolto e diffuso, senza riserve e senza un approfondito esame di verifica, lo scoop sugli insulti alla madre nigeriana al pronto soccorso dell’ospedale di Sondrio (la notizia aveva una sola fonte, una testata locale, ed è oggi al vaglio deli inquirenti). Come del resto insegnava Machiavelli, “sono tanto semplici gli uomini e tanto obbediscono alle necessità presenti, che colui che inganna troverà sempre chi si lascerà ingannare.”

Sardine: prime nuotate, prime ombre e prime luci

sardine2Generici ma in linea di massima condivisibili, i punti programmatici delle Sardine tradiscono tuttavia anche una certa ingenuità “analogica”. Benché frutto di un comprensibile rigetto per la bulimia newmediatica di personaggi come Salvini, l’idea che un politico e una figura istituzionale debbano comunicare solo attraverso i canali istituzionali, tralasciando i social, è anacronistica, irrazionale e inattuabile, un voler gettare l’acqua con il bambino (abbastanza ambiguo anche il “Pretendiamo che il mondo dell’informazione traduca tutto questo nostro sforzo in messaggi fedeli ai fatti”)

Una nota positiva, per certi versi di importanza storica, arriva invece dalla presenza dell’Inno di Mameli nelle loro piazze. Ciò interviene a rompere una tradizione, velatamente anti-nazionale, della sinistra movimentista (e non solo movimentista), che in nome di una lettura arbitraria dell’internazionalismo marxiano e del tabù del Ventennio ha sempre associato il patriottismo e l’identitarismo al Fascismo.

POLITICA INTERNAZIONALE – La lezione dei “falsi amici”

 

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La delirante e irresponsabile minaccia di Trump all’Italia (portare i dazi al 100% qualora Roma approvasse la Digital Tax) costituisce una duplice lezione per i sovranisti di casa nostra.

I sovranisti e i nazionalisti stranieri non sono infatti nostri amici ed alleati, se non per raggiungere un obiettivo comune. Sono, al contrario, spinti all’introversione, mossi esclusivamente dall’interesse particolare dei loro paesi, il ché può indurli a diventare nostri avversari, anche pericolosi.

Il no del gruppo di Visegrád alle ipotesi di rivedere i trattati sulla gestione dei profughi, così da alleggerire la nostra situazione, e l’ostilità dell’austriaco Sebastian Kurz*, dell’olandese Mark Rutte e del finlandese Juha Petri Sipilä verso le richieste del Conte I di una maggiore flessibilità sui nostri conti, ne sono ulteriori dimostrazioni.

Al contrario, possono essere, sono e sono state le organizzazioni sovranazionali democratiche (specialmente se con una fisionomia non intergovernativa) a difendere e tutelare il collettivo, tenendo a bada la vecchia “raison d’Etat” con il suo carico di incognite.*

*con la proposta di concedere il passaporto austriaco agli altoatesini tedescofoni, Kurz ha di fatto anche cercato di infliggere un colpo mortale allo Stato italiano, attentando alla sua unità

Una sardina nel mare

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Oltre la suggestione per le piazze colorate, la severità dei numeri racconta di qualche migliaio di manifestanti su una popolazione residente di circa 61 milioni di persone. Ma c’è di più; ad oggi, le “sardine” non hanno ancora una vera e propria linea programmatica e di indirizzo, non hanno una struttura organizzativa compiuta e non possono contare su figure di riferimento forti, come era ed è ad esempio Grillo per il M5S.

Una certa ostilità al PD e a IV interviene inoltre a complicare le cose, qualora il movimento nato a Bologna decidesse di prendere parte alle elezioni: con chi allearsi? Cosa fare della propria (eventuale) dote elettorale? Un interrogativo non da poco, un’incognita che potrebbe trasformare le “sardine” in un problema in più per il centro-sinistra, invece di essere un suo valore aggiunto.

Se quindi da un lato la sinistra fa bene a esultare per questa nuova ondata di vitalità spontaneista che sfida a viso aperto Salvini, dall’altro non può che interrogarsi su un fenomeno chiamato a decidere, e al più presto, cosa vorrà fare da grande, per non finire “giù per terra” come accade ai girotondini di morettiana memoria.

Segre-Greggio: la lezione dello yuppie

greggio segreOffrendo la cittadinanza onoraria a Ezio Greggio dopo averla negata a Liliana Segre (“è legata a fatti di 70 anni fa e non alla città”) il sindaco di Biella ha dato scientemente prova di quella cultura lasseferista e panciafichista tipica di una certa destra, che all’impegno oppone il disimpegno, che al cinema d’essai risponde orgogliosamente con il Cinepanettone. Proprio da uno dei simboli del disimpegno, da una delle icone del berlusconismo più rampante e pecoreccio, gli è arrivata tuttavia una lezione magistrale, il ché spiazza lui e i suoi sodali due volte

Venezia, stai serenissima

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La linea comunicativa di un leader politico (e di un partito) deve sempre adattarsi alle sue caratteristiche, alla sua personalità ed al suo stile. Una parola, un concetto, un frame efficaci e vincenti per X, possono invece rivelarsi disastrosi per Y.

Quando Renzi invita a non fare polemiche su Venezia ma a pensare solo ad aiutarne la popolazione (come fa sempre in questi casi), cerca di darsi un’immagine che stride con la sua storia, ben lontana dal fair play e dalla moderazione. Il risultato è apparire ipocrita e insincero, segnando nella propria porta.

Venezia, tra solidarietà e odio

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Ricordando certi attacchi all’unità nazionale, ai suoi simboli, alle sue memorie e al resto del Paese (centro-nord compreso) si fa fatica a tenere a bada un certo cinismo egoista, davanti alle richieste di aiuto dei massimi dirigenti veneti. Fatica che, soprattutto al Sud, qualcuno non vuole o non riesce a fare.

Con le sue irrealistiche, anti-storiche ma fastidiose ed offensive velleità anti-nazionali, una parte di quella regione (cittadini compresi) sta mettendo a rischio la coesione del Paese, che non è mai mancata durante le emergenze, e soprattutto gli interessi dello stesso Veneto. Si usi il buonsenso e non si dimentichi che il Leone fu tra i massimi artefici dei processi risorgimentali.

Fine vita – La libertà di scelta e il vero “nazismo”

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Tra gli argomenti utilizzati con maggior frequenza dal movimento d’opinione ostile al suicidio assistito, c’è l’accostamento con il programma nazista di eutanasia (Aktion T4), oltre alla proposizione di testimonianze riguardanti malati che accettano la sofferenza fisica e mentale rifiutando l’idea di metter fine alle loro vite

Tali forzature (a differenza di quanto avveniva sotto il Reich, nelle moderne democrazie l’eutanasia è ovviamente facoltativa e necessita di scrupolosi accertamenti sulle condizioni psico-fisiche del richiedente) intervengono per dare una patina di legittimità etica e morale a quella che, altrimenti, emergerebbe per ciò che è, ovvero una violenza, in nome dell’ideologia (religiosa come politica), ai danni del libero arbitrio del singolo individuo.

Al contrario, è proprio l’opposizione alla libera scelta, sulla basi di criteri valoriali soggettivi, ad essere più vicina al nazismo e all’hitlerismo, ideologie debitrici del modello teorico dello “stato etico”.

Da Carter a Trump: perché l’isolazionismo non può essere irreversibile

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Sotto la presidenza Carter, gli Stati Uniti conobbero un ritorno all’isolazionismo pre-wilsoniano (entro i limiti imposti dalle contingenze della divisione bipolare). Tra i motivi di quella nuova linea di indirizzo non cera soltanto l’idealismo dell’uomo di Plains (e soprattutto del suo Segretario di Stato, Cyrus Vance), convinto sostenitore del diritto dei popoli all’autodeterminazione e legato ai principi del jeffersonismo e del jacksonismo, ma anche il trauma della sconfitta vietnamita e la sua difficilissima eredità.

 

Per certi versi lodevole e apprezzabile, tale politica si rivelerà ad ogni modo controproducente, indebolendo gli USA e rendendo insicuri gli alleati. Sarà Ronald Reagan, il successore di Cater, a superarla, rilanciando il dinamismo americano sullo scacchiere internazionale e il ruolo guida di Washington nel blocco atlantico.

 

Benché molte cose siano cambiate dal 1981, il resto dell’Occidente è e rimane per gli americani una sponda di importanza vitale. La scelta (parzialmente) isolazionista e lasseferista di Trump (dovuta anche ad un altro trauma militare come quello afgano-iracheno) non andrà quindi considerata irreversibile, ma solo momentanea e transitoria, legata ad una fase momentanea e transitoria qual è appunto la sua presidenza.