
Nel momento in cui l’alleanza giallo-verde è venuta meno, a Renzi s è presentata un’occasione ideale per inserirsi in un nuovo governo con un ruolo di primo piano. Da qui, la scelta di appoggiare il Conte II e poi quella della rottura con il PD.
Se si limiterà a godere della quota di “royalties” che spetta a lui e Italia Viva, mantenendo un basso profilo ed un comportamento istituzionalmente corretto, potrà tentare di ricostruire (per quanto possibile) la propria immagine e lo stesso esecutivo ne guadagnerà, vedendo controbilanciata la componente di sinistra.
Se invece tenterà il ricatto, saboterà il governo e replicherà lo stile guascone e arrivista che lo ha contraddistinto nel passato, allora andrà incontro ad una catastrofe politica e allo sfaldamento della stessa IV. La sua situazione non è infatti più quella del 2014 e in aggiunta si troverebbe esposto al fuoco di fila di Bruxelles, Francoforte e dei nostri partner internazionali, per i quali il Conte bis è di vitale importanza come diga a Salvini ed al neo-populismo italiano.
La forza competitiva di Renzi si è esaurita e gli unici a non voler arrendersi all’evidenza sono lui e i suoi, inebriati e tratti in inganno dalla comunicazione dell’ex “enfant prodige” di Rignano. Lo “stai sereno” non è più possibile. Né oggi né domani.
Da sempre minoranza all’interno del PD e trattatati come tali, i centristi hanno iniziato a pretendere il loro posto al sole dopo l’arrivo e l’ascesa di Matteo Renzi. Questo ha determinato la condanna dalla componente di sinistra, abituata a considerare il partito come una derivazione del PCI-PDS-DS e gli ex DC-PPI-Margherita solo come portatori d’acqua, buoni per le urne. Lo scisma renziano potrebbe dunque pacificare il PD (almeno in parte) e attirare i voti della “sinistra-sinistra”, ma il rischio concreto è quello di trasformarlo in una sorta di LEU allargata o di quercia 2.0, mandando a monte i progetti riformisti dell’ultima decade.





Al di là di un’ironia fin troppo semplice e scontata, la logica alla base del “mandato zero” non è, di per sé, irrazionale, dal momento in cui il M5S cerca di evitare che elementi ritenuti validi si sacrifichino in competizioni senza speranza di vittoria. Casomai, questo nuovo dispositivo mette a nudo proprio la fragilità del dogma dei due mandati, frutto di quell’ondata anti-casta che il partito di Grillo ha contribuito a creare.