Deve, la Sinistra, deporre quel complesso messianico-salvifico di gramsciana memoria che la convince di essere la sola alternativa e risposta al declino, al tracollo economico, morale ed istituzionale, del Paese. Deve, la Sinistra, deporre la visione manichea delle opzioni elettorali e ideologiche e il conseguente disfattismo mantrico che mette in moto ogniqualvolta il popolo le dice “tu no”. Un esempio: l’affermazione del M5S, benché abbia generato, per adesso, una fase di empasse, rappresenta comunque un’istanza di rinnovamento da parte popolare di inedite e straordinarie proporzioni. Non solo; il nostro Parlamento è passato da essere il più “vecchio” e il più “machista” dell’intero circuito occidentale ad essere il più “giovane” e “rosa” (benché il giovanilismo e la presenza femminile non siano, “ad probationem”, una garanzia ed un valore). Se il M5S saprà fare uso della sua preponderanza numerica in accordo con le altre realtà politiche (PD in testa) per concretizzare quelle idee condivisibili e condivise che ha messo sul tavolo, l’Italia potrà e saprà imboccare il percorso di rinnovamento più importante e significativo dal 1946. Il disfattismo è nemico dell’ interesse collettivo. E non porta voti.
Archivio mensile:marzo 2013
La satira che insulta la satira
“In Abruzzo in vantaggio il PdL. Evidentemente stare in campeggio gli è piaciuto”. Questa è la “satira” proposta dal sito spinoza.it. Da aquilano,mi astengo da qualsiasi commento, che tra l’altro sarebbe inutile e superfluo, limitandomi alla scarna e cruda comunicazione.
Un passo verso il basso per farne cento verso l’alto. Dove sbaglia la Sinistra.
Una delle cause più eclatanti delle difficoltà che la Sinistra post-Bolognina incontra nel suo approccio strategico, è data dalla disposizione, costante e reiterata, ad una lettura distorta della fisionomia elettorale italiana. Il Pd in particolar modo, tende infatti a confondere l’elettore “moderato” con l’elettore “medio”, che è maggioranza, o meglio, quella che Richard Nixon ribattezzò “maggioranza silenziosa”. Nulla di più sbagliato, dal momento in cui non potrebbero esistere categorie più dissimili e divergenti. Innanzitutto, l’elettore “moderato” rappresenta una porzione largamente minoritaria; non è necessariamente conservatore come non è necessariamente cristiano-cattolico, se vota Pdl lo fa “turandosi il naso” e senza tema di smentita non volge lo sguardo a proposte come Lega, La Destra o Fratelli d’Italia. Vanta una base culturale di livello medio-alto (generalmente è un notabile o un professionista), segue le dinamiche politiche nazionali con interesse e continuità e la sua “moderazione” abbraccia l’intero ventaglio letterale, senza limitarsi al solo ambito politico. L’elettore “medio”, invece, è quella maggioranza informe e variopinta che non ha reali riferimenti ideologici (vota Grillo per lo stesso motivo per il quale ieri votava Berlusconi, negli anni ’90 Di Pietro e nei ’70 DP), è sensibile al leaderismo, tendenzialmente edonista ed autoreferenziale, e alla costante ricerca di risposte pratiche per problemi pratici (sicurezza, tasse, occupazione, spesa pubblica). Nel tentativo di cooptare il “moderato”, che confonde appunto con la massa, la Sinistra non si accorge di questo esercito di uomini qualunque, sterminato e decisivo, e procede ad un’alterazione del proprio DNA ideologico rintanandosi e perdendosi in un labirinto che disorienta se stessa e l’elettore.
Grillo-Giannini?
Nel 1947, il quarto governo dell’Italia repubblicana, presieduto da Alcide De Gasperi, si trovò sull’orlo di un collasso che avrebbe messo in pericolo i già fragili architravi della neonata democrazia e gli stessi equilibri che a Yalta avevano sancito l’appartenenza del nostro Paese al circuito occidentale. Il PCI ed il PSI, sganciatisi dalle larghe intese che li avevano visti al fianco della Democrazia Cristiana a partire dal 1943, presentarono una mozione di sfiducia che il Grillo degli anni ’40, il fondatore dell’Uomo Qualunque Guglielmo Giannini, si dimostrò intenzionatissimo a votare. “Debbo dare un colpo in testa alla Democrazia Cristiana e glielo darò”, andava ripetendo il commediografo partenopeo, che mai aveva digerito la spocchia con la quale la “balena bianca” e i suoi vertici avevano da sempre snobbato il suo movimento. I colonnelli di Giannini, però, endemicamente liberali ed anticomunisti, fiutarono il pericolo derivante da una crisi istituzionale, ed ignorando le direttive del loro capo optarono per la fiducia al governo con la mediazione di Confindustria e del suo presidente di allora, l’armatore Angelo Costa (il famoso complotto dell’Hotel Moderno). Il leader qualunquista pagò a caro prezzo questo modus cogitandi-operandi ostruzionistico, e nel giro di una manciata di anni scomparve dalla scena politica nazionale. Grillo ha ricevuto dai suoi elettori il mandato di compiere quelle riforme, sicuramente condivisibili, proposte ed enunciate nel suo programma, e la situazione venutasi a creare dalle urne gli consente di sedersi a capotavola trattando da una posizione di forza, così da ottenere tutto quello che il suo segmento civile sta chiedendo a gran voce. Se non saprà cogliere questa straordinaria ed irripetibile occasione che la storia ha voluto donargli per avviare una nuova fase costituente per la nostra repubblica, ma deciderà di rimanere confinato nel suo eremo telematico ripetendo mantricamente la vuota formula dell'”andate a casa”, relegando in questo modo il Paese nell’immobilità più pericolosa, subirà la medesima fine del leader qualunquista, patendo una brusca emorragia di consensi alle prossime consultazioni per trovarsi nel frigorifero politico, anticamera dell’estinzione pubblica.