Giorno della Memoria – I carnefici “dimenticati”


L’SS austriaca Hermine Braunsteiner-Ryan (1919 1999), detta “Kobyla” (la “Cavalla”), prestò servizio come guardiana nei campi di concentramento di Ravensbrück e Majdanek, durante la II Guerra Mondiale. Addetta alla selezione dei prigionieri (soprattutto donne e bambini) da inviare alle camere a gas, la Braunsteiner veniva ricordata dai superstiti in particolar modo per l’abitudine di frustarli sul viso e sugli occhi. Un giorno le passò davanti un prigioniero con uno zaino, e come suo solito l’aguzzina prese a frustare all’impazzita il malcapitato finché un fendente non raggiunse anche il bagaglio. Si udì un lamento. Il prigioniero stava nascondendo un bambino. La guardiana ordinò che il sacco fosse aperto, al che il piccolo prese a fuggire, piangendo disperato. La “Kobyla” lo raggiunse e gli sparò un colpo sul viso. Fuggita negli USA dove si rifece una vita, fu individuata dal Centro Simon Wiesenthal 1971 ed estradata nel 1973. Per gli abitanti della Settantaduesima strada di New York (dove risiedeva) era “una delle donne più gentili che conosciamo”.

Giorno Della Memoria

Viktor Ritschek

Viktor RitschekOrganizzata e concepita per la cattura dei grandi protagonisti del crimine nazista, la rete investigativa e giudiziaria occidentale fece sfuggire tra le sue maglie spesso troppo larghe i “pesci” più “piccoli” del gangsterismo hitleriano. E’ il caso del giovanissimo sergente delle SS Viktor Ritschek , “tedesco dei Sudeti”, impiegato nel lager di Leopoli (lo stesso nel quale fu imprigionato Simon Wiesenthal ). Pochi giorni prima della fine del conflitto, Ritschek uccise a sangue freddo un padre, una madre ed il loro bambino, con un colpo alla nuca, davanti agli occhi del futuro “cacciatore di nazisti”. Nascosti presso una famiglia polacca, i tre erano stati traditi e successivamente catturati. “Quando tornò indietro, il suo passo erta il solito passo. Aveva abbattuto tre scoiattoli”, scrisse anni dopo Wiesenthal nelle sue memorie.

“Sono non di meno convinto, e non saprei dirne il motivo, che Ritschek sia ancora vivo e che viva, sotto falso nome, da qualche parte in Svezia. Probabilmente voglio ch’egli viva: perché lo voglio trovare. Trovare e vedere la sua faccia: una faccia d’uomo nella quale nulla muta dopo che ha ucciso tre persone per le quali di lì a pochi giorni si sarebbero aperte le porte della libertà”