Messa da parte la facile e truculenta ironia cui il personaggio Pier Luigi Bersani si presta, vorrei spezzare una lancia in suo favore; non è cosa semplice ed agevole prevalere su un competitor che dispone del potere mediatico-economico di Berlusconi e che può contare su un cartello politico-elettorale del tutto privo di una reale collegialità e di una fisionomia consociativa. Non lo è, in special modo, quando al populismo-qualunquismo del proprio avversario si preferisce la trasparenza dei pensieri lunghi della responsabilità civile. A Bersani è stato infatti rimproverato il non aver parlato alla “pancia” del popolo italiano, ma come ho già avuto modo di sottolineare, un leader dev’essere una guida (“to lead”) non un (in)seguitore, un folower degli umori della piazza. Bersani non ha scelto il facile consenso che la strampalata promessa della restituzione di un’imposta può garantire, e questo lo ha sicuramente penalizzato in termini di voti. Ma non di dignità. Agli occhi della storia, sarà lui ad avere il braccio alzato.
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Pubbliche relazioni
Per convincere l’opinione pubblica statunitense ad accettare la decisione di entrare nel primo conflitto mondiale, l’amministrazione Wilson formò la “Creel Commission”, ovvero un ente che aveva il compito di creare una clima ostile alle potenze centrali (in particolare alla Germania). In breve tempo, e con la complicità del disastro Lusitania, la Commissione riuscì nella propria finalità, trasformando il disinteresse del popolo americano alla guerra in un feroce e deciso interventismo. Wodrow Wilson aveva vinto. Pochi anni dopo, alcuni ex membri della Creel come Edward Bernays e Walter Lippmann dettero vita alla prima agenzia privata di pubbliche relazioni (PR), e da allora queste agenzie sono diventate un alleato fondamentale di qualsiasi governo o grande società che vogliano migliorare la loro immagine pubblica o, nel caso di un governo, preparare il Paese a decisioni impopolari oppure ad un conflitto armato. Le agenzie di PR giocarono, per esempio, un ruolo decisivo prima e durante le due guerre del Golfo, contribuendo a diffondere la notizia (poi rivelatasi un falso) delle armi di distruzione di massa in possesso al regime di Baghdad e soprattutto nella guerra alla RFT del 1999. Nel primo caso, l’opera di persuasione fu imbastita e sviluppata dalla famosa “Hill & Knowlton”, mentre nel secondo fu la “Ruder&Finn” a dare la spallata mediatica al governo di Belgrado, costruendo notizie false o non verificate che volevano i Serbi come carnefici e i croato-bosniaci nelle vesti di vittime (Strage del mercato, Strage di Racak, Strage del Pane, ecc. Si noti come in alcuni di questi esempi le vittime fossero addirittura Serbe). La “Ruder&Finn” aveva inizialmente offerto i propri servigi a Slobodan Milosevic, che però aveva rifiutato la proposta; l’agenzia si rivolse allora al governo di Zagabria, che invece lungimirantemente accettò, con i risultati che tutti conosciamo. In questi giorni sta rimbalzando sui media la notizia secondo cui la Corea del Nord avrebbe minacciato gli Stati Uniti di apocalisse, olocausto nucleare e devastazioni qualora Washington proseguisse con le sue esercitazioni (di routine) a ridosso del 44º parallelo. Alcune domande semplici: in quanti, nel mondo, conoscono il Coreano? In quanti padroneggiano la storia di quel Paese asiatico e la dialettica diplomatica? In quanti hanno avuto modo di visionare-ascoltare il comunicato intero con il quale il governo di Pyongyang “minacciava” gli USA? Stessa cosa, ovviamente, per le presunte sortite antisemite di Mahmud Ahmadinejad e per le sue “intimidazioni” ad Israele e all’Occidente. Queste agenzie, estremamente abili e potenti, dispongono infatti di un esercito di collaboratori che va dai giornalisti, ai pubblicitari, alle agenzie di traduzione, e come si può facilmente dedurre non sarebbe difficile per loro creare ad arte un contesto sfavorevole al contender del proprio cliente del momento, esattamente come avvenne nel 1917, nel 1991, nel 1999 o nel 2003.