L’ SS austriaco Aribert Heim (1914 – 1992), è spesso menzionato con l’appellativo di “Dottor Morte” (in realtà non completò mai gli studi medici), come il più famoso Josef Mengele. Impiegato nel campo di sterminio di Mauthausen, Heim sera solito fare esperimenti tramite iniezioni di petrolio e fenolo nel cuore delle vittime o, ancora, sezionare i loro corpi mentre i malcapitati erano ancora in vita. “Per la prima volta vedo in un vivente come lavora il suo stomaco”, disse mentre stata aprendo la pancia ad un internato. Ad un bambino steso sul tavolo “operatorio” che gli chiedeva il motivo di tanta crudeltà, spiegò invece, con calma e deponendo il bisturi, come tutto fosse “necessario”, data l’”inferiorità” e la “pericolosità” di alcune “razze”, ebrei in particolare. Terminato il sermone, iniettò una dose di fenolo nel cuore del piccolo, uccidendolo all’istante. Per anni nessuno si occupò di lui, finché il Centro Simon Wiesenthal e le procure di Germania Ovest ed Austria non iniziarono a fargli sentire il fiato sul colo. A quel punto, Heim decise di fuggire in Egitto, dove condusse una vita agiata fino alla morte, garantito dai proventi di una palazzina situata a Massagno, nel Canton Ticino (la foto scelta è stata scatta nel 1971, durante una vacanza di Heim nel Mar Rosso). Negli ultimi anni di vita, il il “Dottor Morte” si era convertito all’ Islam, assumendo il nome di Tarek Hussein Farid.
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Giorno della Memoria – I carnefici “dimenticati”
L’SS austriaca Hermine Braunsteiner-Ryan (1919 1999), detta “Kobyla” (la “Cavalla”), prestò servizio come guardiana nei campi di concentramento di Ravensbrück e Majdanek, durante la II Guerra Mondiale. Addetta alla selezione dei prigionieri (soprattutto donne e bambini) da inviare alle camere a gas, la Braunsteiner veniva ricordata dai superstiti in particolar modo per l’abitudine di frustarli sul viso e sugli occhi. Un giorno le passò davanti un prigioniero con uno zaino, e come suo solito l’aguzzina prese a frustare all’impazzita il malcapitato finché un fendente non raggiunse anche il bagaglio. Si udì un lamento. Il prigioniero stava nascondendo un bambino. La guardiana ordinò che il sacco fosse aperto, al che il piccolo prese a fuggire, piangendo disperato. La “Kobyla” lo raggiunse e gli sparò un colpo sul viso. Fuggita negli USA dove si rifece una vita, fu individuata dal Centro Simon Wiesenthal 1971 ed estradata nel 1973. Per gli abitanti della Settantaduesima strada di New York (dove risiedeva) era “una delle donne più gentili che conosciamo”.

