Dalla Cecenia all’Ucraina: nella mente dei russi

“Lo dico subito che Putin non mi piace, ma sulla Cecenia ha ragione. Se diventa indipendente per la Russia è finita. Dopo la Cecenia sarà il Tatarstan, dopo il Tatarstan sarà la Siberia, poi verrà chissà chi altro, ogni regione vorrà staccarsi da Mosca. E noi, che ne sarà dei russi? Questo Paese ha una storia imperiale, noi siamo cresciuti con l’idea di appartenere a un Paese grande, enorme, sterminato. E non è una questione di orgoglio, non solo almeno. Solo se ti senti parte di una cosa grande puoi sopportare la via quando è molto dura. […] Accade spesso, per un russo, che l’unica consolazione della sua vita sia per l’appunto esser russo. E basta”.

Così una cittadina russa ad un troupe internazionale di giornalisti, nel 2006/7.

Parole che offrono una chiave di lettura utilissima per comprendere non solo quello che è accaduto in Cecenia ma anche quello che sta accadendo in Ucraina e, più i generale, la politica internazionale di Vladimir Putin e dei suoi predecessori.

E’ poi interessante osservare come la colonizzazione forzata dei popoli non-russi che oggi compongono la Federazione e lo sfruttamento sistematico delle risorse delle loro terre di origine sia argomento marginale e trascurato, a differenza di quanto accaduto ad esempio con i nativi americani negli attuali Stati Uniti e nel resto del continente.

In principio furono la Cecenia e il Tibet: quella sinistra tra bombe e colombe

“Vietnam vince perché spara”; così recitava un slogan della sinistra negli anni ’60 e ’70. La resistenza armata dei nord-vietnamiti, esaltata e mitizzata come quella dei “palestinesi” , dei tupamaros, degli zapatisti, dei sandinisti, dei partigiani della II Guerra Mondiale. Da questo “pantheon” erano (e sono) tuttavia esclusi popoli come ad esempio i ceceni, gli afghani, i kosovari o i pacifici tibetani, trascurati quando non proprio apertamente osteggiati con accuse pesantissime e spesso false (nazionalismo, nazismo, revanscismo, fanatismo religioso, ecc).

L’incoerenza di una certa sinistra davanti alla questione, delicatissima e fondamentale, del diritto dei popoli e degli Stati all’indipendenza e all’autodeterminazione, non è, come vediamo, emersa con la guerra in Ucraina. C’è sempre stata, rumorosa e vivida, risultato di scelte tattico-strategiche discutibili e, andando ancor più in profondità, di una scarsa conoscenza di ciò che si è e si dovrebbe essere, delle proprie stesse fondamenta ideologiche. Costoro non conoscono sé stessi e non conoscono i loro teorici, non conoscono Marx e soprattutto non conoscono Lenin.

“Studiare, studiare, studiare!” (Vladimir Il’ič Ul’janov)