Onore alle armi

“D’ora in poi non avrete più un Richard Nixon da prendere a calci”. Questa la celebre frase rivolta da Nixon ai cronisti durante la conferenza stampa in cui annunciava il suo ritiro dalla vita politica, dopo la sconfitta nelle elezioni del 1962 per la carica di Governatore della California. Bene, d’ora in poi non avrete, non avremo, più un Bersani da prendere a calci. Il bisturi passi nelle mani di chi in poppa ha il vento dell’infallibil­ità.

Che però non si dia la colpa agli scogli.

Sulle elezioni (libere) di Napolitano

Giorgio Napolitano non mi piace. Non mi piace perché vestiva la divisa dei GUF, mentre i suoi coetanei morivano sulle montagne o finivano a Bolzano, nelle mani sadiche e torturatrici dei Seiffert e degli Stain. Non mi piace perché era l’anello di congiunzione tra gli USA (la CIA?) ed il PCI. Non mi piace perché, dopo l’ elezione al Colle, è diventato la testa di ponte di Berlusconi, anche e probabilmente per affrancarsi dagli “spettri” di Budapest e di Botteghe Oscure, squallidamente evocati e branditi ad ogni timido “ma” opposto al centro-destra. Non mi piace altresì lo spettacolo, irresponsabile e dilettantesco, messo in scena dalla nostra classe politica (anche) in questo frangente, che lo ha visto riconfermato. Ma accetto la sua elezione, perché rientra nel perimetro della prassi democratica. La Costituzione Repubblicana, infatti, assegna al Parlamento (quindi ai rappresentati del popolo sovrano), il compito di eleggere il capo dello Stato, e il Parlamento ha scelto Napolitano, nuovamente ed a larghissima maggioranza. Assurdo parlare di “golpe” come bambini capricciosi, o ventilare scenari politicamente da “Day after” perché è stato bocciato un candidato, Rodotà, scelto e votato da una forza con appena il 4% dei voti (SEL) e da un’altra, il M5S, che ha deciso di sterzare verso il giurista (dopo averlo bollato come superpensionato­ castista) sulla scorta di una mini-consultazi­one tra 50 mila simpatizzanti, su un totale di 61 milioni di cittadini. Assurdo e scorretto da parte del M5S, inoltre, pretendere il supporto del PD a comando, dopo aver snobbato il partito di Bersani per ben due mesi, incatenando il Paese all’immobilità,­ tenendo nel congelatore le tante, lodevoli e condivisibili proposte che il programma di Grillo prevedeva e prevede. E’ mia opinione, torno a ripeterlo, che il leader pentastellato sia stato colto nell’impreparaz­ione più totale da un successo elettorale che non si attendeva. Privo di una progettualità gestionale definita, cerca adesso di assestare la propria linea di galleggiamento sull’esposizion­e delle contraddizioni altrui, non facendo, quindi, ma disfacendo. Chi scrive era sul punto di votarlo, e sarebbe felice di ricredersi per la terza volta

Smoking gun. Alfano e Bersani

Il ricorso alla foto di Bersani che “abbraccia” Alfano quale “smoking gun” a testimonianza di losche convergenze tra Pd e PdL, è l’acme di quella mentalità qualunquistica che tanto fa male al Paese. Si continua a cercare il facile consenso che la semplificazione più sciatta e rumorosa sa garantire, mettendo da parte il lavoro di scavo intellettuale e l’approfondimento responsabile. Questa immaturità della “massa” è pericolosa nella misura in cui la “massa” riesce a guadagnarsi porzioni di democrazia liquida ed assembleare.
Rodotà, ieri inserito nella “black list” dei dinosauri di casta, oggi esaltato come unico e solo degno della presidenza. La coerenza del saltimbanco genovese, regista del caos.

“Si può indurre il popolo a seguire una causa, ma non far sì che la capisca” – Confucio

C’è’ un grande vecchio in Danimarca (però vive a Genova e dà i voti al Governo Bersani).

All’osservatore­ sufficientement­e esperto in materia di informazione mediatica, non potrà sfuggire la singolarità dell’attenzione­ rivolta, ben prima delle ultime consultazioni politiche, al Movimento 5 Stelle. Mai, infatti, un raggruppamento ancora sprovvisto di una rappresentanza parlamentare (a Roma come a Strasburgo) e che, nel caso della legione pentastellata, solo una manciata di mesi fa aveva raggranellato un misero 3% nella capitale economica del Paese, era stata concessa una simile esposizione. Corsivi, incontri, schermaglie speculative tra i più illustri sociologi della politica e , soprattutto, il grande palco, il più ambito ed efficace: la televisione. Perché? Le motivazioni trovano spazio in un ventaglio sicuramente molto ampio, e tra di esse fa capolino una che strizza l’occhio alla dietrologia, ma forse no; non è infatti un mistero come nei tempi più oscuri della nostra storia unitaria, forze interne e/­o esterne note o meno note abbiano sostenuto dietro le quinte partiti e movimenti allo scopo di stabilizzare, o ristabilizzare, il Paese. Il PNF (esperimento com’è noto sfuggito grossolanamente­ di mano), l’UQ, i partiti a sinistra del PCI, il PRC, il PdCI, la Lega, FI avevano, nelle intenzioni dei loro criptici mecenati, lo scopo di arginare le frange e le fronde più radicali della politica e della piazza. In un segmento storico tanto complesso e difficile come quello attuale, con una crisi che si presenta come la più virulenta dal 1929 e il termometro dell’antipoliti­ca che ha ormai fatto schizzare il mercurio fino al soffitto, il M5S può riuscire ad incanalare nel rassicurante alveo dell’istituzion­alità quei soggetti, quelle aspirazioni e quelle rivendicazioni che, altrimenti, potrebbero trovare risposte nell’estremismo­ anticostituzion­ale e nel giacobinismo più violento. Immaginiamo un Paese come l’Italia, membro del G8, fondatore dell’Unione Europea, ottava potenza economica planetaria e quarta continentale, una comunità di 61 milioni di abitanti con la nona macchina militare mondiale e un carico storico e culturale pentamillenario­, preda della folla e di progettualità contrarie allo status quo; quale potrebbe essere l’impatto di una simile sterzata nella percezione e nelle sensibilità degli altri popoli del circuito occidentale? Rifondazione e il PdCI sfilavano a Genova con le bandiere rosse per poi allearsi con Dini e Mastella e votare tutte le iniziative militari dell’esecutivo cui appartenevano e quei provvedimenti, come il Protocollo sul Welfare, che hanno fatto diventare maggiorenne il precariato. Allo stesso modo, la Lega è passata dai riti neopagani nei boschi alla richiesta di apporre la croce sulla bandiera nazionale. “Issue parties”, cuscinetti tra il potere e l’istintualità più ribollente e centrifuga che hanno contribuito a tappare i buchi della malagestione nazionale. Che sia, adesso, il turno delle armate grilline? Forse no, ma intanto lo zoppo Pier Luigi ha l’incarico, e questo alle mie orecchie sussurra una parola: appeasement.