Il cavallo di Troia “internazionalista” dall’Estonia al Donbass

Nel 1989, il Soviet Supremo dell’Estonia bocciò all’unanimità, su richiesta del locale “Fronte Popolare”, il progetto di rifoma costituzionale gorbacioviano. Il pollice verso fu dunque anche dei rappresentanti delle minoranze russa, bielorussa e ucraina. Nella stessa seduta, il parlamento estone si espresse inoltre sulla dichiarazione di sovranità di Tallin-Eesti all’interno dell’URSS.

L’oggetto del contendere erano gli emendamenti alla costituzione brezneviana del 1977, con i quali lo Stato centrale aumentava il proprio potere in materia economica, fiscale, ambientale e per quel che riguardava le libertà civili e gli interventi di carattere repressivo.

Un altro problema era la nuova legge elettorale, che di fatto avrebbe escluso le formazioni identitarie dal Congresso dei Deputati del Popolo poiché i nuovi eletti sarebbero stati scelti dal PCUS e dalle organizzazioni di massa.

Per indebolire il “Fronte Popolare” estone e destabilizzare i movimenti patriottici locali (descritti come fascisti, nazisti e sciovinisti), il Kremlino decise allora di creare un “Fronte Internazionalista” composto tuttavia dai soli cittadini di etnia slava o non-baltica. Un escamotage che Mosca avrebbe usato anche in futuro e anche dopo il 1991, ad esempio nel Donbass.

L’URSS, l’autodeterminazione dei popoli e l’ inviolabilità territoriale degli Stati: una “lezione” di 40 anni fa

-rispettare in maniera assoluta il diritto di ogni popolo a scegliere in modo sovrano la propria via e le proprie forme di sviluppo

-ricercare una soluzione politica giusta alle crisi internazionali ed ai conflitti regionali

-elaborare misure per rafforzare la fiducia tra Stati e creare garanzie efficaci contro le aggressioni esterne e per il mantenimento dell’inviolabilità delle frontiere

-adottare metodi efficaci per impedire il terrorismo internazionale e per promuovere la sicurezza delle comunicazioni internazionali terrestri, aeree e maritime

Così il punto 2 del piano per un “Sistema internazionale di sicurezza collettivo” elaborato da Michail Gorbačëv poco dopo la sua elezione e presentato all’Assemblea Generale dell’ONU. Gli altri punti, in tutto quattro, riguardavano la sfera militare, la sfera economica e la sfera umanitaria e dei diritti.

Come osservò Bastrocchi, “partendo da queste considerazioni di carattere teorico-ideologico molto generali, Gorbačëv ha iniziato la costruzione di quell’edificio che di lì a poco congloberà l’intero sistema delle relazioni internazionali per grandi aree regionali, come i rapporti con le singole nazioni e con gruppi di esse”.

Un approccio di cui faceva parte il progetto per lo smantellamento totale delle armi nucleari, da ultimarsi entro il 2000, e che sebbene rispondesse anche alla necessità di abbandonare una competizione con gli USA e l’Occidente ormai insostenibile per Mosca, sorprende per la siderale distanza rispetto alle linee di indirizzo della nuova Russia, quasi quarant’anni prima.