Sulla laicità.La lezione dell’ “Italietta liberale”

Il 21 giugno del 1917, un piccolo foglio di ispirazione cattolica, “Il Corriere del Friuli”, pubblicò un articolo dal titolo: “La parola alla trincea”. Si trattava di un pezzo estremamente duro nei confronti della guerra, scritto in un momento di grande e diffusa stanchezza e logoramento da parte delle truppe e in cui la Santa Sede si stava attivando per favorire la fine delle ostilità (il progetto di Benedetto XV era quello di “levare un sasso dopo l’altro dai muri delle Potenze belligeranti”). Il Governo e la Magistratura reagirono con fermezza, denunciando e mettendo agli arresti l’autore del corsivo (Don Guglielmo Gasparutti) e il direttore della testata (Don Gabriele Pagani) con l’accusa di “aver tentato di indurre i militari che si trovavano al fronte a ricusare obbedienza all’ordine di combattere”. Era infatti opinione delle nostre autorità, civili e militari, che gli sforzi attuati dalla Chiesa per il raggiungimento della pace fossero sbilanciati a favore degli Imperi Centrali, in modo iniquo e partigiano. “L’iniziativa del Papa, nei termini in cui è fatta, non può che riuscire sterile, se non dannosa: un buon padre dimostra davvero di voler bene ai suoi figlioli ispirandosi ad un solo criterio di giustizia tra loro, che non può essere quello di uguaglianza tra colpevoli e non colpevoli. Né la Germania né l’Austria possono invocare la parabola del Figliol Prodigo”*. Questa l’opinione di un ufficiale italiano, caduto sul Grappa e decorato alla memoria. La stessa Santa Sede intervenne celermente interrompendo le pubblicazioni del giornale, in modo da evitare ulteriori problemi ed imbarazzi con Roma. Ancora, due anni prima l’Italia aveva impedito che tra le clausole del Trattato di Londra venisse inserita la possibilità di partecipazione da parte del Vaticano al tavolo della pace (Articolo 15); il timore del nostro Governo era di vedere compromessa e ridiscussa in sede internazionale la “Legge delle Guarentige”.

Azioni forti ed estreme, dunque, in una porzione temporale (quella tra la Breccia di Porta Pia e i Patti Lateranensi ) in cui l’Italia sperimentò un percorso laico ed affrancato dalle ingerenze clericali assolutamente inedito, rivoluzionario ed impensabile in una comunità a maggioranza cattolica, ieri come oggi.

“Vittoria mutilata”

Stato Maggiore austro-ungarico

Quello che resta dello Stato Maggiore austro-ungarico entra a Villa Giusti per la firma dell’ Armistizio con l’ Italia (3 novembre 1918).

Il mito della “Vittoria mutilata” è, in realtà, una mistificazione politica e storica del Fascismo e della reazione nazionalista; con il 1918, il nostro paese ultimò infatti il disegno di riunificazione all’interno dei suoi confini naturali, mentre il “sacco” dei possedimenti coloniali germanici ed ottomani e l’estensione del dominio regio al di là del Mar Adriatico, seppur previsti dal Trattato di Londra, rappresentavano uno sconfinamento rispetto ai progetti liberali risorgimentali.

P.S. l’Italia democratica di Vittorio Emanuele Orlando e di Francesco Saverio Nitti  seppe comunque dar prova di dignità e fermezza davanti alle altre potenze straniere, ma il Fascismo riusci a sabotare ed inquinare la percezione collettiva degli eventi, confezionando e consegnando il ritratto di una democrazia debole e rinunciataria.