Il socialismo “evangelico”: una lezione di strategia e di “umiltà” per la sinistra (e per la scienza “di sinistra”)

Figura di cui oggi si è forse persa la memoria, Camillo Prampolini fu uno dei massimi esponenti di quel socialismo “evangelico” (di tendenza riformista) che oltre a ispirarsi al Cristianesimo delle origini per il suo carattere egualitario, anti-sistemico e rivoluzionario si distingueva per un approccio propagandistico e comunicativo diverso dal modello razionalistico tipico del socialismo fino a quel momento.

Attingendo anche alla cultura risorgimentale, del repubblicanesimo mazziniano e dal pensiero di scrittori d’area come Edmondo De Amicis, il socialismo “evangelico” faceva uso di un linguaggio semplice, diretto, e basato su esempi ripresi dalla vita di tutti i giorni e costruiti sul “framing”, così da raggiungere meglio l’uomo “comune”.

Quello che però è ancor più importante e indicativo, deplorava «l’ateismo irridente e l’empietà gratuita che contraddistingueva altri filoni e momenti della propaganda del movimento socialisa e anarchico, sottolineandone il carattere contropoducente e di boomerang rispetto alla causa. Si trattava di un’analisi di impronta realista, che coglieva un dato di fatto ed evidenziava un’intelligenza strategica rispetto ai processi di formazione del consenso (per meglio dire di “indottrinamento”) posseduta da questa frazione del PSI. Non proclamandosi apertamente anti-religioso, il socialismo evangelico voleva presentasi ai ceti popolari quale custode dei valori profondi del verbo antisigorile e pauperista del Figlio di Dio messo a morte dal potere politico ed economico dell’epoca, dei cui diretti eredi – gli sfruttatori delle masse – l’istituzione ecclesiastica era presentata come l’alleato; di qui treva origine la figura del Gesù socialista e rivoluzionaro, icona ricorrente negli articoli e, in maniera particolare, nei discorsi della minoranza riformita. L’evangelismo prampoliano diventerà, traghettando con sé anche ulteriori temi e motivi del caotico ma assai vivace calderone del socialismo popolare e letterario premarxista, uno dei fondamenti della propaganda e della stampa – ovvero della comunicazione politica – del Partito Socialista» (Panarari)

Con le sue intuizioni e i suoi indubbi risultati, il socialismo “evangelico” è un esempio attuale per ampi settori della sinistra, del riformismo e del progressismo (in questa fase storica anche per una certa scienza “di sinistra”) che sembrano aver imboccato una svolta elitaria, nella sostanza-politica come nella forma-comunicativa, non solo allontanandosi dalle comunità e dal paese “reale” ma addirittura segnalandosi per una vera e propria ostilità classista tanto sprezzante e aggressiva quanto insensata e controproducente.

Signor Rossi e Joe Sixpack

“I militanti antiarmi di solito non devono scendere dall’autobus di rtiorno dal lavoro, quando fanno il secondo turno. Non devono giocare a rimpiattino fra un lampione e l’altro all’una di notte per portare i panni sporchi alla lavanderia a gettone, e rimanere lì per un’oretta, di solito senza nessun altro, illuminati al neon dietro la vetrina del negozio come carne fresca in mostra guarnita con una borsetta o un portafogli invitante, e poi fare la corsa a zig zag verso casa con la divisa da cameriera o da commesso del fast food fragrante di bucato. Barack Obama non ha mai dovuto farlo. Hillary Clinton non ha mai dovuto farlo. E nemmeno buona parte della borghesia americana ha mai dovuto farlo. Il valore del Secondo Emendamento a loro sfugge del tutto”

Chi scrive non è un repubblicano esaltato con in casa i poster di Ronald Reagan e Barry Goldwater, ma un “redneck” democratico e di fede socialista: il giornalista e scrittore Joe Bageant. Con grande maestria, Bageant ha saputo fotografare in queste poche righe uno dei paradigmi più esplicativi e totemici del fallimento strategico e gestionale di buona parte della sinistra contemporanea (non solo statunitense) e della sua incapacità di sintonizzazione sui bisogni del cittadino comune: la sicurezza. Quello che infatti è o dovrebbe essere un bisogno ed un diritto primario del cittadino, in special modo nelle società democratiche e garantiste, viene percepito, snobbato ed etichettato come emanazione di gretti e miopi ventralismi, dell’istintualità più primitiva e come un artificio mediatico di persuasione; il cittadino spaventato che si rivolge al politico/amministratore “liberal” per avere quella protezione ed assistenza che, de facto, paga con le proprie tasse, si vede rispondere con un’alzata di spalle, con sgangherate teorizzazioni proto-pseudo-sociologiche e con l’invito a non trascendere verso tentazioni di stampo reazionario e fascista. Qualsiasi iniziativa volta al contenimento delle potenzialità criminali viene quindi stoppata, ostacolata e rigurgitata, con il risultato, paradossale, di fomentare ed arricchire proprio quel corteo di primordialità che si vorrebbe evitare. Diametralmente opposto è il comportamento delle destre, che dopo aver perso il treno dei grandi movimenti di massa del primo ‘900 (quelli della seconda porzione di secolo hanno una spinta propulsiva più concettuale ed elitaria), hanno imparato a fare un passo verso il basso per parlare con l’uomo qualunque dei problemi dell’uomo qualunque con il linguaggio dell’uomo qualunque. E, si badi bene, l’uomo qualunque non è un’astrazione o una creazione mitopoietica, ma quella massa, quella “folla”, come la definiva Giannini, che sposta l’asse elettorale e che manda avanti la macchina stato ogni giorno con il proprio lavoro. Mentre i “liberal” organizzano conferenze per capire quale motivo induca un ubriaco ad infilare la bottiglia di birra tra le gambe di una pendolare all’una di notte, le destre scendono in piazza con il salumiere, con la casalinga, con il pensionato che hanno paura ad uscire di sera. Certo, alla prova dei fatti molto spesso non riescono a mettere in campo progettualità efficaci, ma non snobbano il “Signor Rossi” o “Joe Sixpack” sventolandogli in faccia una superiorità culturale e civile che sono ben lungi dal possedere. Si domandi , la sinistra, per quale motivo in ogni latitudine del circuito occidentale si sia guadagnata la fama di “frikkettona” , “radical chic” e stereotipi di simil fatta, e , soprattutto, si liberi dal mito del “buon selvaggio”, costretto a delinquere delle demoniache congiunture partorite dall’orrido capitalismo.