“Beato quel popolo che non ha bisogno di eroi” (Le quirinarie sulla Gabanelli)

L’investitura di Milena Gabanelli da parte del M5S come candidato alla Presidenza della Repubblica, è senza dubbio la spia rivelatrice, l’ennesima, di un corto circuito tra il cittadino, il suo rapporto con l’edificio politico-istituzionale e la gestione della res-publica. Premesso come le “Quirinarie” incarnino tutta la vocazione autoritaria e partitocratica di un soggetto politico che “pretende” di imporre un capo di stato a 61 milioni di individui mediante una consultazione ristretta tra 50 mila militanti (la città di Cascina sceglie per l’Italia), si sterza verso il dilettantismo più sciatto e deleterio nominando una cronista, perché estranea ad un mondo, quello politico, percepito e presentato (con una pericolosa dose di faciloneria) quale inaffidabile, inadeguato, corrotto. In questa castrante disaffezione per la πόλις-τέχνη, anche nelle sue declinazioni ideologiche e non solo amministrative, gioca sicuramente un ruolo capitale il circo-circuito mediatico, perennemente alla caccia della sensazione che la “notiziabilità” (e non la notizia) può garantire, soprattutto nei segmenti congiunturali più critici e sensibili. Lo scenario nazionale viene quindi raccontato come avversativamente complesso, senza speranza, caotico, corroborando ed alimentando la deleteria vocazione al qualunquismo caratteristica del popolo italiano. Si dimentica, però (e lo dimenticano i “Grillini”) che il ruolo del Presidente della Repubblica richiede una padronanza degli strumenti politici, giuridici e diplomatici di cui non tutti possono essere in possesso; non basta avere un ruolo “pulito”, saper far bene il proprio mestiere (la Gabanelli è soltanto la “frontwoman” di una equipe) e ancor meno basta essere donne per fornire e mettere in campo sufficienti garanzie per un ruolo come quello dell’inquilino di Piazza del Quirinale. Le architetture intellettive più elementari giubilano per questa “nomination”, senza comprenderne la preoccupante sintomatologia.