Appunti di storia – La banda Vardarelli.Quando il Regno Delle Due Sicilie tradiva e sterminava i briganti

Fenomeno conosciuto già in epoca romana, diffuso e distribuito in tutta la penisola e con connotazioni prevalentemente e peculiarmente criminali e criminogene, il brigantaggio fu malaccetto e combattuto con fermezza e vigore dallo stesso Regno delle Due Sicilie, che persino durante la guerra contro i francesi, prima, e contro le truppe unitarie, poi, scelse di appoggiarsi a squadre di mercenari provenienti dall’estero, non fidandosi delle compagini brigantesche. La storia del vile tradimento compiuto dalle autorità napoletane ai danni della fedele banda Vardarelli ne è la prova e la dimostrazione.

Briganti

Carbonari, perseguitati da Murat come da Ferdinando, i tre fratelli abruzzesi Vardarelli (guidati da Gaetano) decisero di darsi alla macchia come briganti, credendo di non trovare altra via d’uscita per il loro avvenire. Alla testa di decine e decine di uomini, compivano la maggior parte delle loro azioni in Puglia, in special modo nel “Vallo di Bovino”, un corridoio lungo e stretto tra le montagne che consentiva ai fuorilegge azioni rapide e sicure, al riparo dalla particolare morfologia di quel territorio, fatto di vette inaccessibili, impenetrabile vegetazione ed ampi fossati. Patrioti, desiderosi di servire i Borbone nonostante l’ostracismo del Re, i Vardarelli riuscirono alla fine ad ottenere un accordo dal governo di Napoli, che si impegnava a cessare ogni ostilità con loro e, addirittura, ad inquadrarli all’interno di una milizia regolare. Questi, i termini del patto:

“In nome della Santissima Trinità, il trattato seguente è stato scritto, giurato e firmato:

Art 1. Sarà concesso perdono ed oblio ai misfatti dei Vardarelli e suoi seguaci.

Art 2. La comitiva sarà mutata in squadriglia di armigeri

Art 3. Lo stipendio del capo Gaetano Vanardelli sarà di ducati novanta al mese, di ognuno dei tre sottocapi di ducati quarantacinque, di ogni armigero di ducati trenta. Sarà pagato anticipatamente ogni mese,.

Art 4. La suddetta squadriglia giurerà fedeltà al re, in mano di regio commissario; quindi obbedirà ai generali che comandano nelle province, e sarà destinata a perseguitare i pubblici malfattori in qualunque parte del regno”

Un documento in piena regola, dunque, nel quale il Re e le autorità duosiciliane si impegnavano con la banda, ponendo sul tavolo delle trattative la credibilità e l’onorabilità dello Stato. Tuttavia, ben diverse erano le intenzioni del sovrano, deciso a distruggere i Vardarelli approfittando della fiducia che essi ormai riponevano nelle istituzioni. Sapendo che i tre fratelli solevano frequentare il villaggio molisano di Ururi, il Governo pagò allora alcuni degli abitanti del borgo perché tendessero una trappola alla banda, che fu decimata al termine di un’imboscata tesa nel cuore della notte (uno degli assalitori squarciò la ferita di Gaetano Vardarelli , frugò tra le sue interiora, le tirò fuori e imbrattandosene il viso iniziò a gridare: “la macchia è lavata!”, giacché l’ucciso aveva violentato sua sorella). Rimanevano però ancora 48 briganti, e giocando nuovamente d’astuzia, il Governo si finse sdegnato per la strage; il Generale borbonico Amato, che comandava nelle Puglie, mandò un distaccamento dai superstiti per tranquillizzarli, promise loro che si sarebbe istituito un processo per punire gli assassini ed invitò i due fratelli Vardarelli scampati al massacro a nominare nuovi capi ed a recarsi a Foggia per essere riconosciuti dalle autorità. Soltanto in nove decisero di non fidarsi della proposta, rimanendo nelle montagne, mentre il resto della compagine accettò l’invito. Era un giorno di festa, a Foggia, e i briganti furono accolti con tutti gli onori e passati in rassegna dal Generale in persona. La pantomima durò all’incirca un’ora, finché Amato non gettò a terra il suo copricapo. Era il segnale. Le forze napoletane comparvero da ogni angolo della città, facendo strage della banda. Soltanto in 17 sopravvissero, ma furono processati e condannati a morte. Regio Procuratore nel processo fu, per ironia della sorte, un ex sodale dei Vardarelli , tale D’Alessandro, che aveva tradito i vecchi compagni in cambio della vita.

I crimini borbonici: Il complotto delle corde del Cardinale Ruffo


Cardinale Ruffo

Durante la guerra tra realisti e repubblicani del 1799 , il cardinale Ruffo ricorse ad un particolare stratagemma per aizzare il popolo napoletano contro i nemici dei Borbone: raccontò di aver visto in sogno Sant’Antonio da Padova, il quale lo avvertiva dell’intenzione da parte dei repubblicani di impiccare tutti i Lazzaroni (i fedeli al Re), lasciando in vita i loro fanciulli che sarebbero stati educati all’ateismo ed al giacobinismo. Per dare ulteriore credito al suo racconto, Ruffo fece dipingere un affresco in cui il Santo appariva con le mani piene di corde. Il Cardinale dette inoltre ordine ai suoi di gettare delle funi in casa dei repubblicani (o presunti tali) attraverso le cantine, così da poterli accusare di far parte della congiura e poterli giustiziare. La prima vittima di questa nuova caccia alle streghe fu un incolpevole macellaio, tale Cristofaro, accusato di voler assassinare i realisti perché nella sua bottega furono rinvenuti lacci e cordami utilizzati in realtà per impastoiare gli animali. “Eccole, ecco le corde che dovevano ucciderci tutti!”, iniziarono a gridare i Lazzaroni. Il pover’uomo venne allora ucciso a colpi di spillo, il suo cadavere fatto a pezzi, i brandelli appesi ai ganci della macelleria, la testa “incoronata” con le sue corde da lavoro e infilzata sulla punta di una baionetta.

Scrisse a proposito della vicenda un autore dell’epoca: “ Inoltre, il Cardinale aveva fatto fabbricare una quantità di queste corde, che faceva spargere in certe case per dare a questa impostura l’apparenza della verità: i giovani della città, che erano stati forzati ad iscriversi nella Guardia Nazionale, fuggivano, alcuni travestiti da donne, altri da Lazzaroni e si nascondevano nelle abitazioni le più miserabili ed in case non sospette. Ma quelli stessi che avevano avuta la fortuna di passare in mezzo al popolo senza essere riconosciuti non trovavano nessuno che volesse ricoverarli. Si sapeva pur troppo che le case ove essi fossero trovati, non sarebbero sfuggite ai saccheggi ed all’incendio. Questi infelici, non trovando alcuno che volesse dar loro asilo, furono costretti a nascondersi nelle fogne della città, dove incontravano spesso degli sfortunati come loro, e di dove erano obbligati ad uscire durante la notte, per andare in cerca di qualche nutrimento per non morire di fame e di infezione. I Lazzaroni li scoprivano, trattenendosi verso sera all’apertura dei condotti sotterranei, e facendo spirare quelli che uscivano; in seguito portavano le loro teste al Cardinale Ruffo, che le pagava 10 Ducati l’una”

I crimini del Brigantaggio “politico”.La barbara uccisione de vescovo Francesco Serrao e del suo vicario.


Vescovo Serrao

Noto tra fedeli e concittadini per la sua rettitudine morale, la sua magnanimità e la sua vasta erudizione, durante la guerra del 1799 il vescovo di Potenza Francesco Serrao decise di assumere alcuni briganti calabresi per proteggere la sua città dalle bande sanfediste che all’epoca seminavano morte e distruzione (al pari di altre fazioni) nel meridione italiano. I briganti, guidati da tali Capriglione e Falsetta, passarono tuttavia ben presto dalla parte borbonica, decidendo di sbarazzarsi del mite prelato. Pochi giorni dopo l’arrivo della banda, Capriglione fece così irruzione nella stanza da letto di Serrao urlando: “Monsignore, il popolo vuole la vostra morte.” “Benedico il mio popolo”, fu la risposta del Vescovo, che subito dopo stramazzò a terra, colpito alla fronte da un proiettile sparato dal brigante. Non paghi del gesto, gli uomini di Capriglione e Falsetta si abbandonarono alle più efferate rappresaglie ai danni del clero potentino, colpendo, tra gli altri, anche il vicario di Serrao, barbaramente ucciso mentre pregava con il crocifisso tra le mani. Molte furono le tesi sul tradimento della banda, ma la più accreditata vuole che dietro il complotto vi fosse un prete, tal Angelo Felice Vinciguerra, desideroso di vendicarsi del Vescovo da cui era stato ripreso per la sua condotta sessuale non consona ai dettami cristiani. Non molto tempo dopo, Angelo Felice Vinciguerra si unì al gruppo dei briganti.

Le ambiguità del Brigantaggio “politico”: “Pane di Grano” e i timori di Ferdinando I

Fenomeno conosciuto nell’ intera penisola italiana fin dall’epoca romana, il Brigantaggio viene suddiviso dagli storiografi in “criminale” (formula sezionata ulteriormente in “criminale e “giustiziere” da Manhes e Mc Farlan) e “politico”

brigantaggio.

Spesso collocato nella frazione temporale successiva all’unità d’Italia, il Brigantaggio “politico” si sviluppò in realtà quasi esclusivamente ai tempi dell’occupazione napoleonica del Meridione, quando molti giovani appartenenti ai ceti meno abbienti scelsero di darsi alla macchia per sottrarsi alla coscrizione tra le armate di Parigi. Se è vero che i briganti che decidevano di unirsi alle forze lealiste contro lo straniero erano animati da ideali di tipo patriottico , è comunque necessario che la ricostruzione storiografica non ceda alla tentazione della manipolazione agiografica, valicando i confini dell’indagine razionale (la porzione maggioritaria di questi “partigiani” era infatti costituita da ex delinquenti comuni, spesso graziati da Ferdinando I al solo scopo di essere utilizzati contro i Francesi). E’ il caso di Vincenzo Scalise, detto “Pane di Grano”, rinchiuso in un ergastolo siciliano e liberato dal sovrano in esilio su ordine degli Inglesi, alleati di Napoli, con il proposito di metterlo a capo di un corpo di spedizione antifrancese. Di lui scriveva lo stesso Ferdinando al cardinale Ruffo: “Quale concetto dovranno formarsi di me i bravi calabresi, vedendo in premio della loro fedeltà mandarli tanti scellerati a devastare ed inquietare le loro proprietà e famiglie? Potranno mai credere che ciò siasi eseguito senza mio ordine? Vi assicuro mi sono inquietato che poco non facessi mandare a quel paese Danero: non attendo però che il ritorno del generale Stuart, che si appresta a momenti, per prendere quella rigorosa risoluzione che richiedono le attuali circostanze”.

La classe vestiva la giubba rossa

Nel 1864, fu organizzata da Garibaldi e Mazzini una spedizione per conquistare il Veneto, il Trentino ed il Friuli Venezia Giulia, regioni all’epoca piegate sotto il gioco austro-ungarico. Nella notte del 16 ottobre, un gruppo di volontari capitanati dagli ufficiali garibaldini Francesco Tolazzi e Marziano Ciotti si impossessò della gendarmeria e dell’esattoria di Spilimbergo e Maniago, paesi nei quali le giubbe rosse cercarono di incitare, a dire il vero con scarso successo, gli abitanti alla rivolta. Presso l’esattoria di Spilimbergo, i patrioti unitari sequestrano 400 fiorini rilasciando regolare fattura, mentre in quella di Maniago trovarono le casse praticamente vuote vuote. Il funzionario di servizio si giustificò dicendo di aver versato pochi giorni prima quasi tutti i denari alla Cassa Provinciale e si offrì di dare loro, oltre ai 283 fiorini rimasti, anche 20 mila svanziche, da pagare di tasca propria. I garibaldini rifiutarono, sdegnati. Loro obiettivo, dissero, non era il lucro fine a se stesso ma privare il nemico occupante ed invasore delle sue sostanze economiche, in modo da danneggiarlo e manometterne l’azione. Presero i 283 fiorini e, anche in questo caso, rilasciarono una regolare fattura.

La storia e la storiografia sono fatte anche da piccole narrazioni e da piccoli episodi, come questo. Imparino, coloro i quali si fanno prendere la mano dalle seduzioni della pubblicistica più truffaldina, ammaliante proprio in quanto elementare ed approssimativa ma capziosa e menzognera perché alimentata e sostenuta dal pregiudizio revanscista.

Quanta differenza, con la “Banda Cannone” e la marmaglia brigantesca sudista e nordista.