I crimini borbonici: Il complotto delle corde del Cardinale Ruffo


Cardinale Ruffo

Durante la guerra tra realisti e repubblicani del 1799 , il cardinale Ruffo ricorse ad un particolare stratagemma per aizzare il popolo napoletano contro i nemici dei Borbone: raccontò di aver visto in sogno Sant’Antonio da Padova, il quale lo avvertiva dell’intenzione da parte dei repubblicani di impiccare tutti i Lazzaroni (i fedeli al Re), lasciando in vita i loro fanciulli che sarebbero stati educati all’ateismo ed al giacobinismo. Per dare ulteriore credito al suo racconto, Ruffo fece dipingere un affresco in cui il Santo appariva con le mani piene di corde. Il Cardinale dette inoltre ordine ai suoi di gettare delle funi in casa dei repubblicani (o presunti tali) attraverso le cantine, così da poterli accusare di far parte della congiura e poterli giustiziare. La prima vittima di questa nuova caccia alle streghe fu un incolpevole macellaio, tale Cristofaro, accusato di voler assassinare i realisti perché nella sua bottega furono rinvenuti lacci e cordami utilizzati in realtà per impastoiare gli animali. “Eccole, ecco le corde che dovevano ucciderci tutti!”, iniziarono a gridare i Lazzaroni. Il pover’uomo venne allora ucciso a colpi di spillo, il suo cadavere fatto a pezzi, i brandelli appesi ai ganci della macelleria, la testa “incoronata” con le sue corde da lavoro e infilzata sulla punta di una baionetta.

Scrisse a proposito della vicenda un autore dell’epoca: “ Inoltre, il Cardinale aveva fatto fabbricare una quantità di queste corde, che faceva spargere in certe case per dare a questa impostura l’apparenza della verità: i giovani della città, che erano stati forzati ad iscriversi nella Guardia Nazionale, fuggivano, alcuni travestiti da donne, altri da Lazzaroni e si nascondevano nelle abitazioni le più miserabili ed in case non sospette. Ma quelli stessi che avevano avuta la fortuna di passare in mezzo al popolo senza essere riconosciuti non trovavano nessuno che volesse ricoverarli. Si sapeva pur troppo che le case ove essi fossero trovati, non sarebbero sfuggite ai saccheggi ed all’incendio. Questi infelici, non trovando alcuno che volesse dar loro asilo, furono costretti a nascondersi nelle fogne della città, dove incontravano spesso degli sfortunati come loro, e di dove erano obbligati ad uscire durante la notte, per andare in cerca di qualche nutrimento per non morire di fame e di infezione. I Lazzaroni li scoprivano, trattenendosi verso sera all’apertura dei condotti sotterranei, e facendo spirare quelli che uscivano; in seguito portavano le loro teste al Cardinale Ruffo, che le pagava 10 Ducati l’una”

Un triste “cadeau” della memoria ai tifosi partenopei: l’Assedio di Messina e le violenze borboniche.

Nato come costruzione politica fittizia ed avamposto aragonese nella penisola italica, il Regno delle Due Sicilie si segnalò non soltanto per l’estrema povertà ed arretratezza del suo sistema economico e sociale (punte di analfabetismo vicine al 100% in regioni quali Calabria e Basilicata, un impianto produttivo cristallizzato sul settore agricolo ed organizzato su base latifondistica in un’epoca che stava assistendo all’ esplosione industriale, un sistema bancario ridotto ai minimi termini, quasi totale assenza di servizi ed infrastrutture, occupazione, in Sicilia, delle prerogative dello Stato centrale ad opera della famiglie mafiose, flotta commerciale inadatta ai mercati internazionali, ecc) ma anche per la ferocia del suo sistema repressivo. Percorso da Sud a Nord da rivolte popolari continue e costanti (Palermo, Napoli, Reggio Calabria, Messina, spesso filo-sabaude), la corona borbonica non esitò a soffocare nel sangue e nella brutalità coercitiva le velleità democratiche e liberali del “suo” popolo. A questo proposito, è utile indicare all’attenzione il caso dell’ Assedio di Messina del 1848, pagina tra le più orribili dell’intera storia europea contemporanea. Penetrate in città dopo un accerchiamento durato diversi mesi, le truppe di
Ferdinando II (che da quel momento fu noto con l’appellativo di “Re bomba”) capitanante dal Generale Filangeri, si resero protagoniste di massacri, stupri e violenze di ogni sorta ai danni della popolazione civile incolpevole ed inerme, spingendosi addirittura a fare irruzione nelle chiese, dove molti dei malcapitati si erano illusi di trovare asilo e rifugio, per commettere i loro abomini. Drammaticamente celebri i casi dell’ Ospizio di Collereale e dell’Ospedale Civico , luoghi di sofferenza che non furono risparmiati dai miliziani borbonici, che brutalizzarono i malati, violentando, mutilando ed accecando, di nuovo ed ancora ed ancora. Molti furono i messinesi che cercarono di fuggire via mare, “assalendo” le imbarcazioni francesi ed inglesi alla fonda nel porto cittadino, tanto è vero che i responsabili delle diplomazie dei due Paesi chiesero al Filangeri di sospendere le operazioni militari in modo da consentire alle navi di offrire assistenza e ricovero ai fuggiaschi.

Sarebbe opportuno lo studio di queste dolorose pagine di storia meridionale da parte di chi, imbevuto di revanscismo miope e disancorato dal dettato documentale, inveisce negli stadi contro Bixio, Cialdini e Garibaldi. La borghesia più illuminata del Sud Italia collocava le proprie aspirazioni nella corona piemontese perché sapeva essere garanzia di libertà (come fu e sarebbe stato) a differenza di un Paese che conservava l’assolutismo monarchico di stampo 700esco quando  Vittorio Emanuele II veniva considerato soltanto un “Primus inter pares” da una delle carte costituzionali più avanzate del mondo occidentale.