Se dovessi conferire l’Oscar del patetismo dopo questa tornata elettorale, francamente non saprei per chi optare. Da un lato abbiamo un Centro-Destra che grida vittoria per aver conquistato 1/4 di camera, dall’altro abbiamo un Centro-Sinistra che si ostina a sottovalutare un competitore che, puntualmente, risorge dalle ceneri come un’araba fenice mascarata. E’ infatti dal 1993 (io frequentavo il primo anno di liceo) che il Cavaliere viene spocchiosamente dato per morto, per poi recuperare terreno e strappare la vittoria all’avversario o rendergli comunque la gestione del governo impraticabile e accidentata. Questo perché a sinistra ci si ostina a negare l’importanza dell’arsenale mediatico di cui Berlusconi dispone, una forma di doping politico che lo pone in una situazione automatica di vantaggio creandogli le condizioni per poter eterodirigere e veicolare una porzione sempre consistente dell’elettorato nazionale. A tal proposito, vorrei ricorrere ad un aneddoto che ritengo illuminante e paradigmatico: se negli Stati Uniti soltanto il 5% dei lavoratori è iscritto alle associazioni sindacali, non è, come ritengono gli pseudo liberisti italiani di destra, per una questione culturale e/o per l’assenza di una sinistra radicale, ma perché dagli anni ’30 del secolo ventesimo il grande capitale mise in piedi una colossale campagna di demonizzazione degli scioperanti e dei sindacati. Ciò avvenne a seguito del cosiddetto “Wagner Act”, che conferiva ai lavoratori dipendenti la possibilità di riunirsi liberamente. Tale provvedimento, unito alle politiche sociali rooseveltiane, mise in allarme i padroni del vapore statunitensi, i quali si rivolsero alle agenzie di Pubblic Relations per creare un’immagine distorta e deformante delle maestranze e dei sindacati, dipinti come fannulloni, antiamericani, comunisti e nemici del principio della responsabilità personale, architrave dell’edificio culturale e sociale del Paese. E, si badi bene, allora le PR potevano disporre soltanto di radio e giornali. Berlusconi, invece, controlla emittenti tv, radio, giornali, case editrici, opinion makers; come si fa, ordunque, a sottovalutarne e snobbarne le potenzialità? Lasciate stare la “Canzone Popolare”, i giaguari e fatevi una cultura di sociologia politica e marketing mediatico.