Non è da escludere che il blitz di Caracas sia anche un “messaggio” a Putin. Se è vero che l’autocrate russo è uno degli uomini più protetti della Storia, la presenza di “talpe” (come sembra nel caso Maduro) potrebbe infatti tradire anche lui, qualora anche lui portasse il Paese vicino, od oltre, una soglia pericolosa o di non-ritorno, e/o perdesse il sostegno delle élites. Gli schiamazzi nucleari del solito Medvedev sembrano proprio voler “tranquillizzare” i russi (o meglio, i putiniani) rispetto ad un simile scenario, tra l’altro già profilatosi con l’ex fedelissimo Prigožin.
Ciò che è certo, è l’enorme rafforzamento dell’immagine muscolare degli USA, elemento che cambia le carte in tavola sia nel teatro ucraino che nel Mar Cinese. Questo offre l’opportunità per analizzare un altro aspetto non secondario della questione, ovvero il trauma “psicologico” patito dal movimento d’opinione anti-atlantico, destabilizzato e costretto a ricorrere alla dissonanza cognitiva per negare l’eclatante manifestazione di potenza di Washington*.
*ad esempio c’è chi parla di boomerang economico per gli USA e l’Occidente a vantaggio di Mosca e Pechino (!), dimenticando che, controllando il Venezuela, Washington potrebbe avere più che mai voce in capitolo nello stabilire i prezzi del petrolio. Altri ancora vaticinano scenari iracheni e afghani, ma è realistico pensare che alla Casa Bianca abbiano imparato la lezione
