I limiti della società civile e il ruolo dei partiti secondo Alberto Ronchey

«Le macchine organizzative dei partiti, più che aggiornarsi nel compito di aggregare consensi e condizionare i processi di selezione dei gruppi dirigenti, sembrano condannate a vani automatismi in un vortice di moti centrifughi. Ormai la rete dei mass media televisivi, il parziale finanziamento pubblico delle elezioni presidenziali, il propagarsi delle consultazioni dette primarie, la moltiplicazione dei gruppi di pressione o dei single issue groups (i movimenti dedicati alle singole questioni come le centrali nucleari, l’aborto, il sistema fiscale o le rivendicazioni etniche)lasciano ai partiti sempre meno da fare.[..] I fattori decisivi al successo di un candidato presidenziale, come segnalava David Broder sul Washington Post, sono “l’ambizione, l’entità del tempo libero, la compatibilità tra i vincoli di famiglia, reddito, lavoro, e i viaggi quasi ininterrotti”. Si impone il linguaggio della piccola città di provincia , sia Plains (Carter) o Tampico (Reagan) o Rockford (Anderson), nutrito con giuramenti di estraneità alla politica professionale. Le intenzioni sarebbero edificanti, ma ne risulta un sistema politico a circolazione extracorporea, che perde i suoi tradizionali strumenti, i meccanismi selettivi dei partiti, senza il controllo dei nuovi strumenti e senza superare gli anacronismi del rito elettorale concepito quando gli Stati Uniti erano una sperduta periferia del mondo occidentale. Il bipartitismo si scompone in un magma di fluida partecipatory democracy secondo gli ottimisti o si dissolve in un non sistema secondo i pessimisti»

Così scriveva Alberto Ronchey nel 1980, a proposito del sistema politico statunitense.

Pur con tutti i condizionamenti dell’epoca (si noti lo scetticismo dinanzi al dispositivo delle primarie), il giornalista romano ci consegnava un ritratto lucido e razionale dei limiti e delle storture di quel “modus operandi” che sacrifica e ridimensiona il ruolo dei partiti a vantaggio della cosiddetta “società civile”, vista e percepita da Ronchey come immatura e inadeguata ad affrontare le sfide di tradizionale pertinenza della politica.

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