L’amministrazione Reagan, la Chiesa e quel pacifismo da “moderare”

Nel 1981, la Conferenza Nazionale dei Vescovi Cattolici statunitensi nominò una commissione speciale, presieduta dall’arcivescovo Joseph L. Bernardin, con lo scopo di illustrare le idee e gli indirizzi della Chiesa cattolica del Paese in merito alle tensioni con l’Est e alle politiche nucleari di Washington.

Un anno più tardi, quando furono rese pubbliche le prime bozze del documento, l’ammnisitrazione Reagan cercò di esercitare pressioni, anche pubbliche, sui vescovi, affinché rivedessero la lettera e ne moderassero i toni. Curiosamente, in alcuni di quei passaggi ritenuti fuori luogo c’era la condanna dell’ipotesi del “first strike”, dell’uso delle armi di distruzione di massa contro i civili e la richiesta di una progressiva riduzione degli arsenali nucleari, fatta sia alla Casa Bianca che al Kremlino. Nulla di “anomalo” o sconveniente, insomma, considerando il messaggio cristiano.

Dopo anni di sostanziale appoggio alle linee governative in chiave anti-comunista agitando il “red baiting”, a partire dai primi anni ’80 la Chiesa cattolica statunitense e le sue principali organizzazioni (ad esempio Pax Christi) avevano cominciato a inserirsi nel dibattito nucleare, allora tornato prepotentemente alla ribalta, sostenendo il disarmo e le istanze di alcuni gruppi pacifisti di spicco. Più nel dettaglio, nell’aprile 1982 circa 133 vescovi cattolici su 280 avevano dichiarato di condividere la “freeze resolution”, un progetto per congelare, prima, e ridimensionare, poi, gli arsenali di USA e URSS, promosso dalla NWFC (Nuclear Weapons Freeze Campaign).

Per l’amministrazione Reagan, scelte come quelle della Chiesa erano motivo di grande tensione e imbarazzo, in quanto evidenziavano il carattere trasversale delle proposte distensive e anti-nucleari. In pratica sarebbe divenuto molto difficile bollare queste ultime come avventure di frange estreme, magari eterodirette dall’URSS e dai comunisti, quando godevano del favore anche della “middle-class” della nazione*. Tra gli obiettivi della NWFC c’erano infatti la terzietà e il mantenimento di un profilo apartitico, per guadagnare credito e fiducia presso tutti gli ambiti e i settori della società e della politica.

*secondo i sondaggi, in quel 1982 ben il 71% degi americani sosteneva le proposte dell NWFC, percentuale che sarebbe divenuta del 77% al termine dell’anno seguente

Approfondimento: il movimento anti-nucleare e la “caccia” ai moderati

Nel discorso di apertura della terza Conferenza Nazionale di “Mobilization for Survival” svoltasi nel dicembre 1979 a Louisville, Kentucky (intitolata “Survival in the 80s”), il segretario generale Bob Moore espose quattro punti, su cui il movimento pacifista e anti-nuclearista statunitense e mondiale si sarebbe dovuto muovere. Tra questi, al primo posto, c’era il coinvolgimento della cosiddetta “main stream middle class America”, cioè i businessman, i religiosi e gli intellettuali moderati.

Una vera e propria propaganda “treetops”, un obiettivo che ad ogni modo non realizzò il MfS bensì la “Nuclear Weapons Freeze Campaign”, la campagna per il congelamento (freeze) e la progressiva riduzione degli arsenali nucleari prima da parte di USA e URSS e poi di Cina, Francia, Regno Unito, ecc.
La NWFC ebbe l’intuizione di non limitarsi al reclutamento, pur decisivo, dei “vertici” della società, ma anche di coinvolgere la base, il popolo, il “grass”, partendo dal coinvolgimento dei media. Un’idea vincente in termini di strategia politica e comunicativa di cui l’esempio forse più eclatante e unico nel suo genere fu il successo nel referendum promosso in tre collegi del Massachusetts per una moratoria sulle armi di distruzione di massa, vinto con il 59,2% dei voti e sostenuto pure dai conservatori (caso emblematico quello del senatore repubblicano Silvio O. Conte).
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