Da qualche anno a questa parte, la grammatica politica sta conoscendo il termine “laicismo”, speso con sempre maggior frequenza nei dibattiti politico-culturali aventi come oggetto tematiche di tipo etico e civile e, più in generale, la Chiesa Cattolica. Si tratta dell’ennesimo, irritante per la sua pavida scorrettezza, “frankenstainismo” linguistico, più propriamente di un artifizio retorico-propagandistico utilizzato per mascherare e dissimulare posizioni smaccatamente clericali e reazionarie dietro la patina, maggiormente accettabile sul piano culturale e politico, di una più razionale e responsabile equanimità (la formula “anticlericale” non garantirebbe il medesimo effetto). Costoro sono consci, in pectore, dell’inesportabilità delle loro tesi, incapsulate in una visione ormai superata del mondo occidentale, di conseguenza fanno ricorso a questa sorta di onanistica “exit strategy” che costringe l’ “avversario” a ripiegare su posizioni di tipo difensivo e sposta l’asse del contendere su un’asfittica quanto truffaldina piattaforma di tipo diarchico.